Lotta Europea

Lotta Europea

mercoledì 21 dicembre 2011

Il 20 marzo 2003 le truppe statunitensi invadevano l'Iraq. Domenica scorsa, 18 dicembre 2011, l'ultimo convoglio a stelle e strisce, composto da 500 militari a bordo di 110 auto, si è ritirato dall'Iraq, attraversando la frontiera con il Quwait. Si è conclusa così dopo quasi 9 anni una guerra iniziata nel nome della ''libertà'' e della ''pace'' con il fine di stabilizzare il paese e di deporre l'allora presidente Saddam Hussein, fino a pochi anni prima sostenuto dalla stessa Washington in funzione anti-irachena. Si è concluso un attacco illegittimo, perpretato contro un popolo piegato da anni di embargo criminale e aggredito in base a prove false e manipolate.

E' dunque tempo di bilanci e mentre gli Stati Uniti amplificano i propri risultati (''Rispettiamo le decisioni di un Iraq sovrano e plaudiamo al fatto che gli iracheni siano ormai pienamente responsabili dell’indirizzare il proprio cammino'', ha detto il generale Robert Caslen), la situazione laciata sul terreno è differente: l'Iraq è un paese distrutto, disgregato socialemente ed economicamente, instabile e pericoloso. Ne è una prova la profonda crisi che sta investendo la politica nazionale a seguito della decisione di sospendere la propria partecipazione ai lavori parlamentari annunciata dal blocco laico Iraqiya, guidato dall'ex-premier Iyad Allawi. Non stiamo parlando di un out-sider della politica locale ma di uno degli uomini USA nel paese, allevato nei corridoi della CIA e piazzato al governo nel 2003 dall’ex plenipotenziario statunitense in Iraq, Paul Bremer. L'accusa mossa all'attuale premier Nuri al Maliki è quella di "ignorare gli altri partiti, di politicizzare la giustizia, di favorire l’esercizio solitario del potere e la violazione delle leggi”.

L'instabilità politica del nuovo Iraq nato sotto il tutoraggio statunitense è la prova più evidente del fallimento della missione statunitense. Un fallimento a metà, dato che i veri obiettivi economici e strategici di Washington sono stati raggiunti, così che non c'era più alcun motivo per rimanere impantanati in un territorio instabile e pericoloso.
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giovedì 15 dicembre 2011

Negli ultimi mesi, l’oceano che separa gli Stati Uniti dalla Russia si è espanso e raffreddato.

Alle già note discussioni sullo scudo missilistico USA e sulle relazioni di Mosca con Damasco e Teheran, si sono aggiunte le accuse della Clinton che, senza aspettare il report degli inviati, ha denunciato i presunti brogli nelle elezioni legislative del 4 dicembre scorso, svolte senza "libertà e correttezza". Strani brogli, se il partito di Putin è sceso quasi del 15% rispetto al 2007, racimolando meno voti di quelli previsti: un risultato che ha fatto parlare i media di tramonto dell'era Putin, nonostante il suo 49,6% (numeri ben lontani da quelli dei partiti nostranti). A preoccupare il Cremlino sono le migliaia di persone scese in piazza, contro la "dittatura" di Putin, sostenute pubblicamente da Hilary Clinton: "gli Stati Uniti sostengono i diritti e le aspirazioni del popolo russo e vogliano aiutarli a realizzare un futuro migliore''. Come nei paesi della Primavera Araba. Come nei paesi delle Rivoluzioni Colorate.

Sarà la Rivoluzione Bianca?
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lunedì 12 dicembre 2011

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mercoledì 7 dicembre 2011

Le pedine sono state posizionate da tempo, è ora che comincino ad essere mosse. Lo scorso 8 novembre l’AIEA ha stilato un rapporto nel quale esprime la certezza che dietro al programma nucleare civile, Teheran ne nasconda uno militare, potenzialmente pericosoloso per l'intero Occidente. Sono seguite le ovvie sanzioni di turno con i relativi congelamenti dei fondi, l’indignazione popolare e l’inasprimento dei rapporti diplomatici con Londra. Come in relazione alla Siria, la Russia e la Cina si sono opposte alle sanzioni, determinando una forte presa di posizione che potrebbe risultare fondamentale per le mosse future.
Ma se nel gioco degli scacchi muovono per primi i bianchi, che tutto il mondo identifica con lo stato degli ayatollah, accusato di progettare l’atomica, la situazione in realtà non appare così chiara, perché da anni alle azioni evidenti si sono sovrapposti più efficaci interventi segreti. A partire dai recenti “incidenti” che diverse analisi ricollegano al Mossad: l’esplosione di un impianto nucleare a Isfhan ed un'altra che ha provocato la parziale distruzione di una base missilistica vicino Teheran. Ricordiamo anche la deflagrazione di una base con missili a medio raggio nell’ottobre 2010, l’uccisione dello scienziato nucleare Dariush Rezai e quella dell'ingegnere nucleare Majid Shahriari, nonché la diffusione del virus informatico Stuxnet che l’anno scorso mandò in tilt le centrifughe degli impianti atomici.

"Sicuramente" solo sfortunati incidenti. Così come è solo un caso che il Pentagono abbia fornito ad Israele bombe anti-bunker che possono colpire in profondità, riuscendo persino a far esplodere le centrali nucleari iraniane. Così come è solo un caso il recente abbattimento del drone americano RQ-170 Sentinel in “ricognizione” in territorio iraniano, avvenuto grazie alle tecnologie cyber-belliche fornite da Mosca. Sia detto per inciso: fino a qualche tempo fa gli USA smentivano anche soltanto di possedere tali aerei.

E se Ahmadinejad muovesse le pedine nere, quelle destinate non ad aprire le ostilità ma a subire il primo attacco?

E per quanto tempo ancora gli USA riusciranno a nascondere il proprio ruolo di kibitzer (un termine yddish che individua chi si diverte guardando gli altri affrontarsi davanti ad una scacchiera)?
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mercoledì 30 novembre 2011

È un attacco incrociato quello sferrato in questi giorni contro il governo siriano: da un lato, la Lega Araba ha sanzionato la Siria isolandola completamente con un congelamento delle transazioni commerciali e dei conti bancari governativi, dall’altro, l‘ONU ha chiesto l'embargo per Damasco, denunciando le violazioni dei diritti umani perpetrate dai militari siriani. All’embargo però si è opposta Mosca, (che fornisce armi al regime) prevedendo una possibile escalation militare da parte della NATO, magari riproponendo la no-fly zone già sperimentata in Libia.
Nonostante l'intervento occidentale tardi a concretizzarsi, l'interesse strategico per un regime change è forte, come dimostrato dall'invio a Damasco di diversi agenti della DGSE(il controspionaggio francese) e del COS (Commandement des opérations speciales), che da settimane addestrano i disertori dell’esercito siriano nel nord del Libano e in Turchia.
Quest’ultima ricopre un ruolo di rilievo nello scenario siriano, perché è il paese dal quale probabilmente partiranno i principali attacchi, come già successo ai tempi della guerra in Iraq. Non per niente Erdogan, a dispetto del suo ruolo di guida del mondo arabo contro il pericolo sionista tratteggiato nei mesi scorsi dai media occidentali, ha intimato Assad di lsciare le redini del paese.
È evidente che il disegno e la strategia sono sempre gli stessi: prima vengono una forte pressione diplomatica e il contemporaneo addestramento delle forze "ribelli", poi verranno i bombardamenti e con questi la caduta del tiranno e l'esportazione della democrazia. La legge dell'eterno ritorno dell'uguale
Se però la Russia continuerà sui suoi passi (e non si asterrà dalla votazione in Consiglio di Sicurezza dell'ONU, come accaduto per la Libia di Gheddafi), il finale potrebbe essere differente.
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venerdì 25 novembre 2011

Mario Monti, in preparazione della sua futura investitura a primo ministro, è stato nominato senatore a vita: ne consegue che, come tutti i suoi colleghi, ha un ufficio in via della Dogana Vecchia, a Palazzo Giustiniani. Ovvero la sede del Grande Oriente d'Italia dal 1901 al 1985.
Ma una coincidenza è solo una coincidenza.
Mario Monti, durante il dibattito parlamentare che ha preceduto la fiducia al suo esecutivo votata a Montecitorio, ha ricevuto un foglio di carta intestata della Camera dei Deputati con scritto "Mario, quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall'esterno. Sia ufficialmente (Bersani mi chiede per es. di interagire sulla questione dei vice) sia riservatamente. Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli esistono!". Firmato: "Enrico". Sottointeso, Letta, il nipote, quello del PD. Ovvero un membro della Commissione Trilaterale, al pari di Monti. (Detto tra parentesi, Gianni Letta, lo zio, quello del PDL, è un advisor di Goldman Sachs, al pari di Monti).
Due coincidenze, però, sono un indizio.
Mario Monti è stato nominato senatore a vita il 9 novembre. Il giorno successivo, il 10 novembre, la Goldman Sachs ha innescato l'ondata di vendite di BTP. La settimana dopo lo spread lo ha portato a Palazzo Chigi.
Tre coincidenze sono una prova.
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mercoledì 23 novembre 2011

Se il nuovo fronte americano fosse il pacifico?
Cosi dichiara il segretario di stato Hilary Clinton, cosi aveva già dichiarato il ministro della difesa Leon Panetta. Con queste due affermazioni è incominciato la nove giorni di Obama nel Pacifico.
Primo appuntamento, il meeting Apec (Asia-Pacific Economic Forum), organismo con cuigli Stati Uniti hanno stetto un accordo di libero scambio da cui rimane esclusa la Cina.
A seguire, Obama, si è recato in Australia dove si è incontrato con primo ministro locale Julia Gilard: al termine dell'incontro il presidente coloured (copyright di Lindsay Lohan) ha annunciato l'invio, nel giro di 6 anni, di 2.500 marines e numerosi velivoli (Airforceusa B52,caccia bombardieri e aerei da trasporto tattico) per presidiare i cieli ed incrementare l’utilizzo delle basi militari. Non è stato ancora fissato il numero di navi militari. Un piano di ampliamento della cooperazione militare che farà ricorso, oltre che a nuovi invii dagli USA, allo spostamento di truppe dalle basi in Asia e Giappone.
La Cina, avvertito il pericolo, è stata chiara: se le nuove forze militari fossero usate per minacciare gli interessi cinesi, l’Australia ne subirà le conseguenze. Naturalmente non sono mancate le rassicurazioni di rito da parte di Obama.
Gl interessi geopolitici americani nell'area sono chiari: l'oceano Pacifico è uno snodo fondamentale per i traffici petroliferi: qui si intersecano le rotte delle nave petrolieri provenienti dall'Africa orientale, dal Golfo Persico e dall'America Latina.
E come durante la seconda guerra mondiale la base di Darwin era il simbolo dell’alleanza americana ed australiana contro il Giappone imperiale, adesso gli Usa tornano a “ proteggere” le rotte del sud del pacifico contro il gigante asiatico di questi tempi.
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sabato 19 novembre 2011

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mercoledì 16 novembre 2011

È stato invocato per mesi e come da noi predetto (rileggete "Dal Britannia al bunga bunga" del febbraio scorso) è finalmente arrivato: Mario Monti, ex-commissario europeo, presidente dell’Università Bocconi, dal 2010 presidente europeo della Commissione Trilaterale, membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg nonché international advisor di Goldman Sachs, è il nuovo presidente del Consiglio. A capo di un esecutivo di soli tecnici, dovrà rassicurare i mercati attuando quanto imposto dalla BCE. Tagli alle pensioni, riduzioni del numero dei dipendenti pubblici e dei loro salari, revisione delle regole su assunzioni e licenziamenti, liberalizzazione dei servizi pubblici, etc. etc.: insomma, le classiche ricette liberiste.
E poi, come accade ad ogni nobildonna decaduta, svendere i propri gioielli di famiglia che seguiranno la strada ultimamente percorsa da Bulgari, Parmalat, Edison e Alitalia: da Roma a Parigi (Sarkozy non per niente se la ride...). Si tratta, cioè, di completare quel processo di privatizzazioni e liberalizzazioni cominciato nel 1992, con l'incontro a bordo del Britannia, e messo in pericolo da quel piccolo incidente di percorso chiamato Silvio Berlusconi. Oggi, caduto il tiranno, può finalmente insediarsi di nuovo a Palazzo Chigi un uomo allevato e cresciuto all’ombra dei vari grembiulini della finanza internazionale. Piccolo particolare rivelatore: nel 1992 le privatizzazioni furono attuate da Mario Draghi, al tempo direttore del Tesoro e oggi presidente proprio di quella BCE che ci detta le ricette da seguire per uscire dalla crisi.
Crisi dietro la quale stanno gli stessi personaggi. Proprio la Goldman Sachs di Monti e Draghi (ma anche di Prodi, che ne è stato consulente), a suo tempo considerata “too big to fail” e quindi tenuta in vita artificialmente grazie ai prestiti statali, sta dietro la bancarotta di Atene, dove si è verificato un cambio di governo sul modello di quello italiano. Infatti, nel 2005, con Draghi vice-presidente, è stata proprio la banca statunitense a rifilare al governo greco gli strumenti finanziari indispensabili per nascondere i debiti e poter entrare nel club euro. Nell’operazione ci mise lo zampino anche Lucas Papadémos, allora membro della Trilateral Commision al pari di Mario Monti e oggi, sempre al pari di Mario Monti, chiamato a risollevare le sorti del suo paese.
Un vero e proprio golpe bianco, dunque, portato a termine aggirando la sovranità di un popolo che, oggi come nel 1945, è sceso in piazza ad acclamare i nuovi vincitori e i nuovi “liberatori”. Sessantacinque anni fa ci regalavano le caramelle, oggi neanche più quelle.
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domenica 6 novembre 2011

Abbiamo spesso notato come l’Africa sia diventata negli ultimi tempi uno dei principali obiettivi strategici di Pechino, vediamo, ora, quali sono le ultime contromosse della Casa Bianca che sembra intenta ad aprire un nuovo fronte di guerra per contrastare la supremazia cinese nel continente nero. Naturalmente una guerra-ombra, senza dichiarazioni ufficiali, in pieno Obama style.
La prova più evidente si è avuta circa 15 giorni fa, quando Washington ha annunciato l’invio di un manipolo di cento soldati in Uganda per combattere la Lord’s Resistance Army, gruppo armato guidato dal “portavoce di Dio” Joseph Kony. Due particolari di questa spedizione: l’esercito ribelle non è stato neanche inserito nella “black list” delle organizzazioni terroristiche e, ancora più interessante, il plotone americano ha libertà di sconfinare negli altri stati dell’Africa centrale. Si tratta sostanzialmente di uno scambio di favori tra Uganda e Stati Uniti: in cambio dell’appoggio contro i miliziani di Kony, l’Uganda, insieme al Burundi, costituisce la base da cui partono i droni a stelle e strisce per colpire in Somalia i militanti di al Shabab.
In Somalia opera anche l’esercito kenyota e proprio il Kenya costituisce uno dei principali partner africani di Obama, come dimostrato dall’appoggio di Biden al primo ministro Raila Odinga, autore di una recente riforma costituzionale. Oltretutto è Nairobi la città dove la Clinton ha incontrato Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, il presidente somalo sponsorizzato dagli U.S.A.
Nella strategia africana di Obama ci sono anche l’appoggio all'indipendenza del Sudan meridionale, i movimenti nel Congo pre-elettoralle e, naturalmente, la fine del regime di Gheddafi.
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venerdì 28 ottobre 2011

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lunedì 24 ottobre 2011

In quest’ultimo periodo la Turchia si sta proponendo come leader morale per le nazioni arabe uscenti dalle diverse “rivoluzioni”, tutte affamate di democratizzazione. Chi può meglio assurgere a questo ruolo di un paese in cui, dopo la costituzione della Repubblica Turca per opera del movimento di Mustafa Kemal Atatürk, vi è stata una netta separazione tra potere secolare e religione islamica?

A Salonicco, città da cui partì la rivoluzione dei Giovani Turchi, negli anni a cavallo tra l’800 e il ‘900, vi era una forte presenza (circa 15.000) di Dunmeh sabbatei, persone apparentemente musulmane ma in realtà appartenenti alla setta cripto-giudaica seguace di Sabbatai Zevi. Quest’ultimo, vissuto nel ‘600, proclamatosi Messia del popolo di Israele, era stato arrestato e costretto a convertirsi all’Islam, suscitando grande delusione nei suoi sostenitori. È tuttavia sull’apostasia che si basava tutto il sabbateismo. Infatti Zevi promuoveva l’eresia del “messia peccatore”, che per la redenzione deve discendere nell’abisso del peccato e compiere il gesto più vergognoso: il rifiuto della Torah. E giustamente, per non essere da meno e soprattutto per raggiungere la salvezza, gli adepti della setta dovevano compiere riti orgiastici e pratiche tipiche delle sette esoteriche come la sodomia e l’incesto. (Per inciso, settant’anni dopo, Zevi, apparve in sogno ad un giovane ebreo polacco, Jacob Frank, che, guidato dal “santo spirito” si proclamò Messia, compì l’apostasia convertendosi al cristianesimo, creando una setta di pseudo-cattolici).

In Turchia i Dunmeh finirono per occupare posti privilegiati nei settori della politica, degli istituti bancari e del commercio ed è accertato che queste “moralissime” sette, essendo ben inserite nelle lobby affaristiche e politiche, abbiamo influenzato la rivoluzione dei Giovani Turchi che, esautorando il sultanato, posero le basi per il moderno e democratico Stato Turco, a difesa della cui laicità la Costituzione pose l'esercito, la cui élite è alle strette con il governo di Erdogan.

Siamo davvero così sicuri che gli altri stati islamici siano pronti a porsi sotto l’ala protettrice di un paese che non ha un identità politico-religiosa così trasparente?
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domenica 9 ottobre 2011

Nei giorni scorsi Diego Della Valle ha comprato una pagina dei maggiori quotidiani italiani per pubblicare un invettiva contro la classe politica italiana. Un testo banale, qualunquista e buonista. Niente di più che il solito stanco appello alla parte migliore del Paese, a quella società civile invocata ad ogni pié sospinto per un riscatto morale della nazione contro le malefatte della politica. Poche idee espresse oltretutto in una prosa sciatta, cui ben si addice il mediocre titolo della lettera: "Politici, ora basta!". Nihil novi sub sole.
Un'iniziativa che non meriterebbe attenzione, se non come simbolo rappresentativo di un certo capitalismo italiano (quello dei vari Marchionne, Montezemolo, Benetton e mille altri), che mentre calpesta i diritti sindacali dei propri dipendenti si presenta alle masse come campione di moralità, che mentre elogia il Made in Italy delocalizza nei paesi del Terzo Mondo. Una classe imprenditoriale che nasconde i propri interessi dietro il paravento della beneficenza e dei servizi alla comunità, come nel caso dell'affaire Colosseo.
Il 21 gennaio scorso la Tod's di Della Valle ha siglato un accordo con il Commissario per l'area archeologica di Roma Capitale e con la locale Soprintendenza in base al quale si impegna a finanziare con 25 milioni di euro il restauro ed il recupero dell'Anfiteatro Flavio. Una iniziativa salutata con entusiasmo da tutti i giornalisti italiani, quasi commossi di fronte a tanta beneficenza gratuita. Poiché non abbiamo creduto alla favola dell'imprenditore buono, siamo andati a leggere i termini dell'accordo e, naturalmente, le nostre perplessità hanno trovato fondamento. E' scritto infatti che il 10% della spesa (2,5 milioni) è destinato alla realizzazione di un Centro Servizi che " potrà fregiarsi e utilizzare la denominazione e i segni distintivi dello Sponsor": una sorta di Casa Tod's negli ambienti del Colosseo, senza neanche dover pagare l'affitto! Non è finita qui, perché il logo dell'impresa di calzature potrà essere stampato sui biglietti di ingresso e potrà ricoprire i lavori di restauro, nascondendo, quindi, il prospetto del monumento più famoso di Roma antica. In modo inverso, lo sponsor potrà usare per suoi fini commerciali, in Italia e all'estero, un logo raffigurante il Colosseo. Tutti piccoli dettagli se paragonati ad un altra clausola del contratto: la Tod's potrà ottenere l'accesso riservato alll'anfiteatro per gruppi di persone. In poche parole, la prossima volta che Della Valle dovrà incontrare un gruppo di acquirenti cinesi, non li inviterà nei suoi uffici, ma direttamente nel Colosseo, che, per l'occasione, rimarrà chiuso al pubblico. Come se non bastasse, mentre i lavori di restauro dureranno al massimo 24 mesi, i precedenti diritti sono concessi alla Tod's per ben 15 anni. Nei fatti, un vero e proprio sfruttamento privato di un ben pubblico.
"Noto come moralizzatore del calcio italiano, beffato da intercettazioni telefoniche imbarazzanti, tanto amato dai cattolici trasformisti e affaristi, un tipo alla Mattei che vorrebbe rivendersi come un Olivetti, amante dei profitti (pardon, progetti!) umanitari molto legati al ritorno di immagine e al business, [Della Valle] andrebbe studiato come rappresentante autorevole del nuovo capitalismo italiano, che è peggio del vecchio. Anzi, è più vecchio di quello vecchio, e sa di ottocentesco sfruttamento e assoggettamento, di potere mediatico mischiato a quello finanziario, e dove l'industria non c'è più, è solo un fantasma che serve al marketing e in questo specifico al narcisismo, cancro dell'epoca che stiamo vivendo" (A. Ferracuti, Viaggi da Fermo).
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giovedì 6 ottobre 2011

Il tre ottobre, in viale dell'Astronomia sono arrivate due lettere, una targata Fiat e Chrysler, l'altra Fiat Industrial. Una sola firma in calce, quella di Sergio Marchionne. Un solo messaggio: il Lingotto esce da Confindustria.
Marchionne ha parlato di una scelta politica. Niente di più falso.
Per comprondere in pieno questa decisione si deve tornare al 21 settembre, quando sotto la guida della Marcegaglia, i quattro maggiori sindacati si sono trovati a firmare un accordo sui contratti industriali, stipulato il 28 giugno.
Accordo che, di fatto, andava ad annulare in sole tre righe, aggiunte a settembre, l'articolo 8 della manovra governativa di ferragosto, che legittimava l'opting out condizionato: dava cioè la possibilità ai contratti aziendali e territoriali di stringere, per determinati fini, intese in deroga ai contratti nazionali e alla legge stessa.
Tra le materie per le quali era prevista la deroga figurava anche il licenziamento. In parole povere si conferiva la libertà di licenziare. Un decreto salva Fiat in tutto e per tutto.
L'accordo del 28 giugno ha visto dunque la Fiat uscire sconfitta, in quanto non gli sarebbe stato più possibile avere le mani libere per portare a termine tutti i suoi piani di restaurazione aziendale,
Marchionne da bambino viziato a cui è stata tolta la caramella è dunque uscito dalla Confindustria.
Un vero e proprio divorzio all'italiana.
Ma gli alimenti li pagheranno solo i lavoratori.
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venerdì 30 settembre 2011

Son passati quattro secoli e qualche decennio da quel 1570 anno in cui i turchi della grande dinastia ottomana strapparono Cipro alla Serenissima e nell’anno successivo avvenne una delle battaglie più importanti della storia:Lepanto. Allora il sultano era Selim II e il papa era PioV,il promotore della Lega Santa. Sembra anacronistico parlare di sultanati e di Lega Santa oggi in una Turchia ormai purgata da ogni fanatismo religioso in quanto repubblica democratica. Invece il cosiddetto neo-ottomanismo sembra essere una realtà che si sta affermando negli ultimi mesi. La corrente neo-ottomanista si rifà a due principi, l’affinità culturale dei popoli arabi e la tendenza ad assumere un ruolo egemonico nel mondo arabo. Ambedue i principi sono stati la base della politica estera di Ankara negli ultimi tempi. Il premier Recep Tayyib Erdogan che oggi si propone come antagonista di Israele in merito alla questione palestinese,è lo stesso che nel 2003 difese Israele dagli attacchi di Saddam,e che nel 2006 ricevette il premio dalla lobby ebraica americana Anti Defamation League pronunciando un vibrante discorso contro l’antisemitismo e di condanna della shoah. Questo contraddittorio personaggio poche ore fa ha affermato di voler impedire a Cipro di effettuare insieme ad Israele delle trivellazioni per il gas al largo dell’isola, provocando così un incidente diplomatico che rischia di allontanare la Turchia da qualsiasi annessione con la CE.e di incrinare i rapporti diplomatici con l’Europa. Emerge quindi la volontà di fare della Turchia l’alfiere dei popoli arabi, nonché il paese leader della zona in vista dello “spontaneo” mutamento di regime in Siria. Il conflitto diplomatico in atto con Israele non è quindi che una maschera utile a questo compito, che porterà in dote i popoli usciti dalle recenti primavere arabe (una tenaglia geopolitica contro l’Europa), allo stesso modo la repressione dei curdi con raid aerei fino nel nord Iraq non è che un segnale del cambio di strategia e del passaggio di consegne degli amici americani per il controllo di quella porzione di medio oriente. Forte e pericolosa come lo era nel 1500 si sta forse riproponendo uno scenario storico come quello della battaglia di Lepanto? “La erba cativa non mor mai!”così avrebbe esclamato un veneziano in dialetto.”Saggezza popolare!”potremmo esclamare noi.
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giovedì 8 settembre 2011

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martedì 6 settembre 2011

Come con ogni crisi che si rispetti, la classe politica si sta prodigando al meglio per fermare il tracollo economico.
Mentre una mano liberalizza, l’altra cava il sangue dalle rape. I tentacoli dello Stato dedito all’usura fanno quello che possono.
E se per ridurre il debito pubblico italiano, ormai al 120% del PIL, causato da mille sprechi e da un sistema ingiusto di creazione del debito, si deve annuire ai soliti diktat dei detentori del credito (ovviamente non si parla dei cittadini), allora via alla nuova ondata di liberalizzazioni. Anziché la casta, gli sprechi e il signoraggio, la mannaia cadrà sulle pensioni e sul lavoro, in poche parole sul popolo.
Proprio l’attacco al lavoro non poteva mancare nei punti fondamentali al vaglio delle camere per la manovra economica. Già reso fin troppo “flessibile”, ormai da anni, con tutte le conseguenze del caso che le generazioni precarie stanno subendo, da quando il mercato umano è stato adeguato allo sciacallaggio del liberismo.
Non basta, non si può intralciare il mercato!
Lo statuto dei lavoratori si potrà aggirare con un semplice accordo tra le aziende e i sindacati territoriali (i veri maiali di questa storia), anche riguardo disposizioni contrarie ai contratti collettivi di categoria. Il licenziamento senza giusta causa sarà così di nuovo possibile in faccia a secoli di lotte dei lavoratori.
Nel frattempo si richiede l’austerità, il contributo di solidarietà, la riduzione dei consumi, la castità (i figli costano troppo) e di continuare a fare quello che si è sempre fatto: tenere giù la testa.
Come se la colpa fosse del popolo. O forse è davvero così?
Da anni si sente starnazzare slogan del tipo: “La vostra crisi non la pagheremo noi!”
Mai cosa più stupida e falsa! Siamo noi la causa di questa crisi.
Non le banche. Non il capitalismo finanziario che genera e brucia milioni di dollari dal nulla, che vive di continui collassi a causa del paradosso intrinseco alla sua natura, che cade e si rialza sempre, più vorace di prima.
Perché con la testa chinata sull’Iphone 4, acquistato in comodato d’uso, oppure seduti in un’automobile che non ci potremmo permettere, storditi in una discoteca o dispersi nei nuovissimi centri commerciali, siamo noi le batterie umane che alimentano la truffa del sistema.
E se non si vuole immaginare un destino diverso, non è giusto piangere il presente.
Gli eventi, probabilmente drastici che accompagneranno i prossimi anni, saranno l’occasione per molti di tornare indietro a quella scelta, quando hanno barattato la libertà e l’orgoglio in cambio di mille cose inutili e persino, magari, raggiungere la lotta di liberazione.
Dietro quel fronte troveranno quelli come noi che un altro destino lo immaginano, lo edificano, si preparano a difenderlo.
Non lo sognano sospirando come gli schiavi, lo pretendono.
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martedì 16 agosto 2011

Durante l'occupazione tedesca, la popolazione francese si trovò divisa in due: collaborazionisti (inizialmente numerosissimi) e uomini della resistenza (tanto numerosi alla fine del conflitto).
Il fenomeno della collaborazione fu animato sopratutto dagli intelletuali che vedevano nelle gesta dei tedeschi l'unica salvezza dall'annichilamento dell'uomo e dall'imane decadenza che avanzava.
Così fra le fila dei collaborazionisti troviamo accademici, giovani di belle speranze, autori di successo ed ingenui sognatori: alcuni furono subito dimenticati, di altri è rimasto solo il ricordo della loro produzione prebellica, mentre le indubbie capacità letterarie di altri sono state offuscate dal marchio del tremendo peccato di tradimento.
I protagonisti di questo fenomeno, che non fu affatto omogeneo, si differenziarono per le disparità di visionei, per le differenze di età, caratteri e temperamento.
Una volta che la Francia fu liberata, il destino fu per loro crudele: infatti furono boicottati dagli stessi intellettuali di sinistra, riuniti nel Comitato Nazionale degli Scrittori (di cui facevano parte, fra gli altri, Aragon, Sartre, Malraux e Camus) , a cui non era stato vietato di produrre e di pubblicare le loro opere durante l'occupazione.
Chi furono gli intelletuali collabos?
Louis-Ferdinand Celine, l'autore di Viaggio al termine della notte, di Morte a credito e di 3 pamphlets "maledetti". Fra questi ultimi spicca L'Ecole des cadavres, scritto prima che scoppiasse il conflitto mondiale, in cui la Germania è vista come l'unica nazione in grado di riequilibrare un' Europa ormai condannata alla rovina.
Anche Pierre Drieu La Rochelle, già in alcune poesie scritte durante la Grande Guerra, e poi ancora durante l'occupazione del suolo francese, delineava la Germania come unificatrice di una nuova, autonoma Europa, in grado di riassumere il suo legittimo posto di Occidente del mondo, abbandonando il ruolo di povero continente smarrito ai quattro venti: "vent asiatique, vent slave, vent juif, vent américan".
E ancora Jean Luchaire, Alphonse De Chàteaubriant, Maurice Sachs, Robert Brasillach,e tanti altri scrittori e gionalisti di riviste come "Je suis partout" e "Nouvelle Revue Français". Uomini che, al di là degli avvenimenti politici e militari, delle convenienze civili ed economiche, contribuirono alla formulazione di quella concezione che vedeva nella collaborazione con la Germania la sola concreta possibilità di coronora finalmente il grande sogno di un'Europa veramente unita e sottratta al nichilismo e alla decadenza contemporanea.
Un continente liberato dai confini interni, un "Europe contre les patries".
Un'Europa salda, possente, in grado di opporsi alle due superpotenze che la stringevano nelle loro morse.
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mercoledì 3 agosto 2011

I giornali sono tornati a parlare di globalizzazione e lo hanno fatto grazie a Edoardo Nesi, vincitore del Premio Strega con il suo "Storia della mia gente". Non è un saggio , ma la memoria personale di un imprenditore costretto a chiudere, nel 2004, l'impresa tessile di famiglia, attiva dagli anni Venti. Ed è con i suoi occhi di protagonista e soprattutto vittima del mercato che sono letti e descritti i mutamenti economici in atto.

Bersaglio principale dei suoi strali sono gli economisti e i giornalisti alla Giavazzi che nei loro articoli sulle colonne dei maggiori quotidiani sostenevano "l'infinità bontà della globalizzazione" e sprezzavano "l'incapacità di grandissima parte dell'industria italiana di adattarsi alle nuove regole di mercato imposte da quella che [loro consideravano] la grande panacea dell'apertura mondiale degli scambi commerciali". Nonostante le loro ricette a buon mercato (più o meno riassumibili nell'ordine categorico di licenziare gli operai ed assumere i laureati in matematica), e nonostante nessuno lo voglia ammettere le loro profezie non si sono avverate. Perché la storia non è andata come dicevano loro: secondo le favole ottimistiche spacciate per verità, "ci avremmo fatto un sacco di soldi, tutti noi italiani, [...] e se si volevano accelerare le cose bastava sbarcare subito in Cina e aprirvi fabbriche, sia per produrre a un costo molto più basso i nostri prodotti miracolosi e benedetti del Made in Italy, sia per prepararsi a venderli laggiù". Ma "i cinesi non corsero a comprare il Made in Italy, ma a produrlo".

Insieme agli economisti, finiscono sul banco "i camerieri dei banchieri" (la definizione è di Ezra Pound), i politici, "che d'economia si sono occupati solo per amministrare ogni tanto, a seconda di chi vincesse le elezioni, condoni tombali o tosature radicali, e intanto vergavano in gran silenzio le centinaia di firme in calce ai trattati che avrebbero scotennato l'industria manifatturiera italiana".

Il risultato è un sistema industriale distorto, in cui le aziende tessili italiane si sono consegnate "alle grandi aziende dell'abbigliamento mondiale così adorate dai giornalisti economici; [...] quelle titaniche aziende globali che si acquattano nei loro quartier generali nuovi e splendenti creati dai loro servi più fedeli, gli architetti di grido: monumenti diacci e sterili fatti d'acciaio e cemento e vetro che riflettono il cielo e le nuvole, dove lavorano solo dirigenti e impiegati perché la produzione dei capi avviene in un'altra parte del mondo, in fabbriche del tutto diverse [...] e da persone del tutto diverse, che non solo non arrivano mai a comparire sulle pagine di pubblicità, ma non hanno nemmeno i soldi per comprarsi una copia delle riviste su cui compaiono le réclame dei loro generosi datori di lavoro".

Mentre in Italia, e in particolare nel distretto tessile di Prato, è una landa deserta e abbandonata, da ultimo giorno del mondo, con le fabbriche chiuse, dove intere famiglie di cinesi abitano e lavorano nello sporco e nel degrado più totali. E il futuro un'inevitabile esplosione dei rapporti sociali fra le diverse etnie, la stessa che la Francia ha già vissuto e che l'Inghilterra sta vivendo in questi giorni.

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lunedì 1 agosto 2011

A Damasco la protesta contro la presidenza Assad è entrata ormai nella sua fase più calda, ma è intorno alla città di Hama, duecento chilometri a Nord della capitale siriana, che si gioca lo scontro più importante, che non è quello interno tra manifestanti ed esercito governativo, ma quello internazionale tra Siria e Turchia. L'avanzata dei carri siriani a ridosso del confine fra i due Paesi potrebbe rappresentare l'innesco a un’operazione che Ankara medita ormai da mesi: con il pretesto di proteggere e ospitare i profughi in fuga, entrare in territorio siriano e creare con la forza una zona cuscinetto (una manovra già messa in atto durante la prima Guerra del Golfo, al confine con l'Iraq di Saddam Hussein). Gli esperti prevedono l'occupazione di una striscia di territorio larga al massimo dieci chilometri lungo una parte di confine. In questo modo Ankara rischia di attirare su di sé le ire delle diplomazie internazionali, ma ne conseguirebbe un sicuro vantaggio: arrestare i profughi al di là del confine, in territorio siriano (nei campi della Mezzaluna Rossa, in territorio turco, sono già 10mila i profughi siriani).
In questo senso andavano sicuramente lette le parole del premier turco Erdogan che aveva definito "assolutamente deludente" le assicurazioni di Erdogan sulle riforme liberali in progetto. E la situazione sembrava dover scoppiare quando i carri armati di Damasco sono stati visti a meno di un chilometro dalla cittadina turca di Guvecci.
Ma negli ultimi giorni, il ministro degli Esteri di Ankara, Ahmet Davoutoglu, si è assestato su posizioni più prudenti: "Speriamo che la Siria riesca a rinnovarsi in una maniera tranquilla e che esca da questa situazione ancora più forte: noi faremo tutto il possibile per assisterla nell’attuazione di riforme che la rinnovino nella stabilità rendendola più forte”.
Perché questo cambio di rotta? Perché nel frattempo ad Ankara si è consumata la rottura (definitiva?), covata da tempo, tra il governo filo-islamico di Erdogan e le gerarchie militari, tutori della laicità dello stato kemalista: venerdì scorso il capo di Stato Maggiore e i suoi sottoposti capi di Stato Maggiore di Esercito, Marina e Aeronautica si sono dimessi dai propri incarichi in segno di protesta per la decisione del governo di trasferire nella Riserva 17 ufficiali dell'Esercito e altri 25 commilitoni implicati nel piano per il presunto colpo di stato anti-Erdogan scoperto nel 2003. Secondo i militari, invece, lo scopo dell'esecutivo sarebbe quello di promuovere al loro posto ufficiali sensibili alle istanze religiose.
E' l'ultimo atto di un braccio di ferro tra il partito di Giustizia e Sviluppo (al governo dal 2002) e le forze armate, recentemente inaspritosi (oltre che per la storia del tentato golpe del 2003) per i risultati del referendum, voluto da Erdogan, che nel 2010 ha limitato i poteri dell'esercito e, soprattutto, per la schiacciante affermazione elettorale di Giustizia e Sviluppo alle elezioni dello scorso 12 giugno (quasi il 50% dei voti). Uno scontro che non può che bloccare i progetti militari di Ankara, che rischia di trovarsi in conflitto anche con l'Iran, prima sostenitrice del presidente siriano Assad.
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giovedì 14 luglio 2011



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giovedì 7 luglio 2011

"Il vecchio George Orwell aveva capito tutto, ma al rovescio. Il Grande Fratello non ci osserva. Il Grande Fratello canta e balla. Tira fuori conigli dal cappello. Il Grande Fratello si dà da fare per tenere viva la tua attenzione in ogni singolo istante di veglia. Fa in modo che tu possa sempre distrarti. Che sia completamente assorbito".

E distratti non ci chiedamo quanti siano gli occhi pronti a spiarci in ogni momento di ogni singolo giorno in ogni angolo di ogni singola città: nella sola città di Roma, sono almeno 6000 le telecamere per la videosorveglianza di proprietà del comune e dei suoi enti dipendenti. Più tutte quelle di tutti gli altri organi dello stato. Più tutte quelle dei privati. Un conteggio infinito, impossibile da realizzare.
Da cablo inediti pubblicati da Wikileaks è emersa la notizia che lo stato italiano ha acquistato, allo modica cifra di 1,137 miliardi di euro, 4 super satelliti del sistema Cosmo-Skymed in grado di rilevare, di notte e di giorno e in qualsiasi condizione atmosferica, oggetti "grandi" anche solo 40 centimetri, e che nei prossimi anni investirà altri 555 milioni per l'acquisto di due modelli più evoluti. Spese folli che hanno stupito la pur navigata intelligence americana.
A gestire questi portenti della tecnologia satellitare è il RIS: non i famosi poliziotti con valigetta e camice bianco, ma il Reparto Informazioni e Sicurezza, ossia i servizi segreti interni alle forze dell'ordine, eredi del SIOS, fortemente sostenuti dal ministro della Difesa Ignazio La Russa. Un apparato di intelligence che opera fuori dei limiti di legge, in quanto esso avrebbe "solo compiti di carattere tecnico e di polizia militare" riguardanti "ogni attività informativa utile al fine della sicurezza dei presidi e delle attività delle forze armate all'estero".
Naturalmente il controllo sulle nostre vite avviene anche ad un livello superiore, internazionale. Ci riferiamo al famigerato sistema Echelon, sviluppato da Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda, e capace di intercettare le comunicazioni digitali, pubbliche e private, sulla base di un sofisticato algoritmo capace di identificare determinate parole chiave e le loro varianti. Il sistema utilizza, oltre che un gran numero di satelliti spia messi in orbita negli anni Sessanta, anche centri di elaborazione a terra: è stato accertato che anche la base dell'aeronautica militare americana a S. Vito dei Nomanni, presso Brindisi, non più attiva dal 1994, era coinvolta nel progetto.
E così la nostra libertà è sacrificata, in nome di una non meglio precisata sicurezza, all'altare del controllo globale.
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mercoledì 29 giugno 2011

Strano modo di amministrare la giustizia quello dei tribunali internazionali con sede a L'Aia (la Corte Permanente di Arbitrato, la Corte Internazionale di Giustizia, la Corte Penale Internazionale, e idue tribunali speciali per l'ex-Jugoslavia e per il Rwanda). Una giustizia a senso unico che dimostra bene il loro ruolo nel sistema di governo mondialista: colpire i nemici di questo sistema (ultimo arrivato a far compagnia dei vari Milosevic e Saddam Hussein, Gheddafi, per il quale è stato recentemente spiccato un mandato di cattura) e coprire le proprie malefatte.
Scorriamo alcune delle sentenze più significative.
Il Tribunale Penale Internazionale per l’ex – Jugoslavia, istituito dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU per giudicare i fatti di sangue avvenuti in Croazia, Bosnia-Erzegovina, Kosovo e Macedonia, ha portato a processo 161 imputati, quasi esclusivamente personalità politiche e militari serbe (Milošević, Karadžić, Arkan e Mladić, recentemente arrestato) e un esiguo numero di bosniaci. Fra questi ultimi, Naser Orić comandante dell'esercito bosniaco a Srebrenica, accusato del massacro di 3000 civili serbi: assolto. Difficile non riconoscere questa disparità di trattamento, volta ad attribuire, contro ogni verità storica, il ruolo di carnefice esclusivamente all'etnia serba: come ha gridato dalo banco degli imputati Vojislav Šešelj, leader del Partito Radicale Serbo, "Il Tribunale dell'Aja somiglia molto di più all'Inquisizione,che a un organo di diritto internazionale".
Assolti anche il governo e l'esercito israeliani, accusati, insieme ad Hamas, di crimini di guerra e crimini contro l'umanità per l'operazione Piombo Fuso del 2008: Richard Joseph Goldstone, autore del rapporto accusatorio contro Gerusalemme ha ritrattato le proprie posizioni e ritirato l'accusa in quanto "l’esercito israeliano ha indagato su alcuni incidenti indicando che i civili non furono colpiti per scelta". Naturalmente resta l'imputazione nei confronti di Hamas "i cui missili", guarda caso, "vennero volutamente lanciati contro obiettivi civili".
E' evidente come non si tratti di organisimi indipendenti e imparziali ma di strumenti politici tesi a giustificare le politiche internazionali occidentali nei Balcani come in Iraq, in Palestina come nei nuovi scenari nordafricani.
“Un processo tenuto dai vincitori a carico dei vinti non può essere imparziale perché in esso prevale il bisogno di vendetta” fu il commento di Kennedy sul processo di Norimberga del 1945, che condannò le più alte gerarchie tedesche, passando sotto silenzio i bombardamenti atomici, le devastazione di città compiute tramite l’uso del fosforo dagli statunitensi, i campi di concentramento angloamericani e i vari eccidi perpetrati dall’Armata Rossa. Da allora, cosa è cambiato?
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lunedì 27 giugno 2011



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domenica 19 giugno 2011

Esattamente 1560 anni fa, il 20 giugno del 451, il magister militum Ezio, alla testa di truppe composte prevalentemente da Alani, Franchi, Sassoni, Burgundi e Bagaudi, e affiancato dai Visigoti di re Teodorico, fermava l'avanzata di Attila e dei suoi Unni ai Campi Catalaunici, in Gallia.
In questo scontro, per la prima volta, le popolazioni e le culture che forgeranno l'Europa alto-medievale combatterono insieme per difendere l'Impero dall'invasione di una gente totalmente estranea. E non è un caso che la battaglia decisiva si svolse in Gallia, destinata, nel giro di pochi secoli a diventare il centro del regno franco e del Sacro Romano Impero di Carlo Magno.
Come mille anni anni prima le poleis greche avevano superato le proprie differenze politiche per far fronte alla spinta dell'impero persiano, prendendo coscienza, in questa lotta, della propria unità ed identità culturale, così ora genti latine e genti germaniche univano i propri sforzi a salvaguardia della pax romana che le varie tribù barbare avevano potuto conoscere foederandosi con Roma.
Così sarà a Poitiers nel 732, quando l'Occidente cristiano (Franchi, Borgognoni, Alemanni, Bavari, cavalieri Visigooti e volontari Sassoni) fermò l'avanzata islamica dall'Andalusia verso Tours e la sua venerata chiesa di San Martino: è proprio in occasione di questa battaglia che per la prima volta fu usato l'aggettivo Europei per definire collettivamente l'esercito che fermò gli arabi.
Così sarà ancora al tempo delle crociate quando la più alta aristocrazia europea rispose coralmente agli appelli del Papa e alle richieste di soccorso dell'imperatore di Bisanzio, la seconda Roma, per liberare la Terra santa e l'Asia Minore dai Turchi Selgiuchidi. Ancora contro i Turchi il miglior sangue d'Europa sarà versato a Lepanto e a Vienna.
E nel 1945, volontari di tutta Europa, inquadrati secondo la loro origine, difenderanno Berlino e l'Europa dall'occupazione americana e da quella sovietica nell'ultimo capitolo di quella guerra civile europea cominciata nelle trincee della Prima Guerra Mondiale.
Oggi come ieri è tempo che dappertutto in Europa nascano e crescano combattenti politici che, a fianco dei propri fratelli di lotta, "al giorno del conto finale salveranno quel che rimane. Essi sono quelli che un giorno, quando Dio ci aiuta e ci ispira, ci potranno portare alla salvezza!"
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sabato 11 giugno 2011

"Li denuncio, mi sanguina il naso": è quanto minacciato dall'on. Mario Borghezio dopo essere stato fermato, condotto in caserma e, a quanto pare, picchiato dalla Polizia Svizzera per aver tentato l'ingresso alla Suvretta House di Saint Moritz, dove, in questi giorni, si sta riunendo il Gruppo Bilderberg. Ingenuamente, il leghista pensava che il tesserino da eurodeputato, esibito alla reception, bastasse a garantirgli l'immunità e l'accesso alla riunione, alla quale senza invito non è possibile partecipare. Si sbagliava di grosso.
Il Gruppo Bildeberg altro non è che il club più esclusivo e riservato del mondo, che si riunisce a porte chiuse una volta l'anno in un albergo di lusso in giro per l'Europa (una volta ogni quattro anni negli States o in Canada). Gli inviti sono quanto mai ristretti: circa un centinaio tra le maggiori personalità della finanza e dellla politica mondiali, chiamati a discutere, a porte chiuse, i temi più scottanti dell'agenda politico-economica. E a mettere in pratica quanto stabilito, una volta rientrati in patria. Naturalmente senza che nulla dei verbali di riunione possa superare le mura dei luoghi di convegno. Come ha potuto sperimentare Borghezio sulla propria pelle, quella del Bildeberg è "una riunione molto importante, chiamata a prendere decisioni rilevanti senza alcun controllo popolare. E' evidente che il club di Bildeberg è una società segreta, [...] di cui meno si sa e meglio è".
Scorrendo i nomi dei partecipanti alla riunione di questi giorni, compaiono i nomi degli italiani Franco Bernabè (Telecom Italia), John Elkann (FIAT), Mario Monti (presidente dell'Università Bocconi e già commissario europeo), Paolo Scaroni (ENI) e, last but not least, il ministro Giulio Tremonti. Negli anni passati hanno partecipato, tra gli altri, i vari Agnelli (Giovanni e Umberto), Emma Bonino, Marco Tronchetti Provera, Alessandro Profumo, Romano Prodi, Corrado Passera, Tommaso Padoa Schioppa e tanti, tanti altri.

E c'è ancora chi crede che il potere appartenga al popolo sovrano...
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lunedì 6 giugno 2011

Quando è nata l'Europa? Quando ha assunto caratteristiche culturali, morali, filosofiche e politiche sue proprie, distinte dalle altre parti del mondo?

E' in Grecia, tra V e IV sec. a.C., che, nello scontro con la potenza Persiana, si forma per la prima volta il senso e la coscienza dell'Europa, identificata con la libertà delle poleis elleniche opposta al dispotismo asiatico, con la libertà del cittadino opposta all'assoggettamento del suddito.

Secondo Eschilo, Atene è difesa da un "vallo di cittadini" che combattono per la propria patria, mentre i Persiani combattono per "assoluti signori": e la forza straripatente degli eserciti di Serse si frantumerà contro il muro dei cittadini greci.

Ancora più chiara la concezione di Erodoto: gli Spartani sono gli uomini più valorosi, "perché sono liberi, ma non del tutto. C'è un padrone su di loro: la Legge, che essi temono molto più ancora che i tuoi non temano te. Ed è certo che eseguono il comando, il quale è sempre lo stesso: divieto di sfuggire a qualsiasi numero di uomini in battaglia, e ordine di rimanere al proprio posto per vincere o morire".

Gli Europei sono, secondo la definizione di Ippocrate, "autonomi": essi, cioè, si reggono secondo le leggi (nomoi) e sono padroni di sé, ragion per cui, militarmente, sono migliori combattenti perché non combattono per un padrone ma per sé, la propria famiglia e la propria città.

Ancora, la stessa idea compare in Aristotele, secondo il quale, i Greci vivono continuamente in libertà, a differenza degli Asiatici che vivono "in sudditanza e in servitù".

Altro popolo estraneo culturalmente all'Ellade è quello scitico: "non ha costruito né mura né città, trasporta con sé la propria casa ed è tutta costituita di arcieri a cavallo. Vive non dell'aratura ma del bestiame, ed ha le sue case su carri". Una popolazione nomade, che non conosce la città, vale a dire l'elemento che caratterizza propriamente i Greci.

Riprendendo le parole di Aristotele, la stirpe europea "essendo coraggiosa e intelligente, vive continuamente in libertà, con governi possibilmente perfetti, con la capacità di dominare su tutti, qualora fosse riunita in un solo stato".
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lunedì 30 maggio 2011



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venerdì 27 maggio 2011

Il mito greco racconta che gli uomini di Mecone, durante un sacrificio agli dei, sotto consiglio del titano Prometeo, si spartirono le carni degli animali immolato, riservando alla divinità solamente le ossa: Zeus punì la sfrontatezza degli umani togliendo loro il fuoco e nascondendolo nella fucina di Efesto. Prometeo, introdottosi di nascosto nell'officina del dio-fabbro ne rubò alcune faville, riportandole sulla terra: questa volta Zeus infierì direttamente sul titano, incatenandolo nudo alla roccia del monte Caucaso (quindi, esiliandolo dall'Europa) e inviando ogni giorno un'aquila a divorarne il fegato (che ogni notte ricresceva).

Dal racconto mitico emerge la concezione tradizionale dell'uomo e del suo ruolo nell'universo. Cerchiamo di spiegare meglio questo concetto.

L'uomo tradizionale, sia che abitasse nella polis greca, che nella Roma imperiale o, ancora più tardi, in un castello medievale, era (e sapeva di essere) inserito, sin dalla nascita, in un ordine fisico e metafisico, che non aveva creato lui e che, pertanto, non era alla sua mercé. La sua intelligenza e la sua razionalità, che lo innalzavano ad un livello superiore rispetto alla natura circostante, erano considerate doni di un dio o doni di Dio perché potesse seguire la sua natura umana, obbedire alla natura delle cose (la legge naturale), entrare in rapporto armonico con l'essere universale, aderire umilmente ad una Verità e ad una Legge a lui superiori, il cui padrone non è l'uomo ma Dio (o gli dei).

Prometeo, però, non rimase incatenato in eterno, com'era nei piani di Zeus perché, dopo tremila anni, Eracle trafisse con una freccia l'aquila e liberò il titano, spezzandone le catene.

E' quanto successo in Europa con la rivoluzione luterana e protestante, con quella illuminista e con quella marxista che hanno rovesciato la visione del mondo, abolendo ogni autorità superiore all'individuo e divinizzando l'essere umano, chiamato a salvarsi da solo, senza intermediazione alcuna. E' la nascita dell'uomo moderno, che rifiuta di misurarsi sulle cose per farsi invece loro misura. L'intelligenza non è più lo strumento per indagare la realtà e il creato, ma per dominarla e ri-crearla. Nessuna legge superiore imbriglia più la volontà ("volere è potere") e tutto diventa lecito in quanto frutto di libertà.
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giovedì 26 maggio 2011

L'arresto di Strauss-Kahn e le sue successive dimissione dalla direzione del Fondo Monetario Internazionale hanno aperto la corsa alla successione. Dal dopoguerra ad oggi è stato in piedi un tacito accordo tra le potenze occidentali: all'Europa la massima poltrona del FMI, agli Stati Uniti quella della Banca Mondiale. E così il papabile successore di Strauss-Kahn sembra essere nuovamente un francese, o meglio una francese, Christine Lagarde, attuale ministro delle Finanze del governo Sarkozy: la sua nomina ufficiale dovrebbe arrivare durante i lavori del G8 che si è aperto oggi a Deauville.
Ma le economie emergenti, i paesi del cosiddetto BRIC (acronimo per Brasile, Russia, India e Cina), si sono opposte ufficialmente a questa proposta di successione, sottoscrivendo un documento nel quale si chiede che la scelta non sia determinata dalla nazionalità. In poche parole, i nuovi protagonisti dell'economia e della finanza mondiale chiedono più spazio negli organismi di governo mondiale.
Probabilmente la loro richiesta cadrà nel vuoto, ma resta il segno di una crisi sempre maggiore della leadership statunitense ed occidentale.
D'altronde il FMI non gioca più, nel mondo, il ruolo decisivo dei decenni scorsi: già la Cina, e presto anche l'India, è impegnata a soccorrere le economie in crisi, prestando denaro e coprendo i debiti degli stati in bancarotta. E a partire da una serie di accordi siglati in Thailandia nel 2000, si sta costituendo in Asia un "Fondo Monetario Asiatico", alternativo al "Fondo Monetario Internazionale", nel qualei 10 paesi del sud est asiatico e le tre potenze di Cina, Giappone e Corea del Sud hanno già versato oltre cento miliardi di dollari, già disponibili (dal marzo 2010) per coprire eventuali situazioni di pericolo finanziario.
Una nuova falla si apre nel governo mondiale unipolare a guida U.S.A.
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lunedì 23 maggio 2011

Il Fondo Monetario Internazionale è un istituto specializzato delle Nazione Unite, la cui funzione principale consiste nell’occuparsi degli Stati in crisi, distribuendo prestiti e programmi di risanamento economico.
La concessione di un prestito è vincolata da una serie di riforme finanziare che lo Stato debitore è costretto ad applicare. Queste riforme si riassumono in una “ricetta” standard: abolizione del protezionismo; privatizzazione delle imprese pubbliche; taglio delle spese pubbliche finanziariamente non necessarie (scuola e sanità, ad esempio); aumento della pressione fiscale, per far fronte ai propri debiti.
Il F.M.I. si intromette nella politica interna dei Paesi al tracollo, trasformando la loro economia verso un liberismo assoluto, utile ai grandi investitori occidentali.
La situazione diviene paradossale, se si pensa che sono gli stessi grandi investitori ad avere la capacità di mandare uno Stato in bancarotta. Con questa ottica, il F.M.I. assume il ruolo di strumento di cui si serve la finanza internazionale per allineare alle proprie direttive i Paesi disobbedienti, con economie liberiste moderate (come Grecia ed Irlanda) o stataliste (come gli Stati post-comunisti dell’Est Europa).
Il Fondo Monetario Internazionale, con le sue imposizioni ultraliberiste, ha agito in modo che le crisi dei Paesi dove è intervenuto ricadessero sulle classi sociali più povere: la liberalizzazione del mercato del lavoro ha provocato forti riduzioni dei salari e la precarizzazione dei rapporti di lavoro; l’apertura dei mercati ad investirori esteri ha devastato le piccole imprese, gettando nella miseria quantità enormi di artigiani e piccoli proprietari terrieri; i tagli ai servizi pubblici hanno generato diminuzioni del livello della sanità pubblica, crisi delle agenzie di trasporti e peggioramento della pubblica istruzione.
Di fronte a tale barbarie, perde importanza lo “scandalo” della presunta violenza sessuale commessa da Dominique Strauss-Kahn, direttore generale del F.M.I. e fino all'altro giorno robabile candidato presidente del Partito Socialista Francese. Che abbia commesso o meno tale gesto, rimane la colpevolezza di aver provocato disastri sociali insanabili. Colpevolezza sua e di molti altri.
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domenica 22 maggio 2011



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venerdì 20 maggio 2011

Gli interessi strategici ed economici che hanno spinto la Francia e, a ruota, l'Occidente ad intervenire in Libia non si limitano solo ai giacimenti di gas e di oro nero, ma, probabilmente abbracciano anche l'oro azzurro: l'acqua.
Sotto il deserto libico (e in parte sotto quello egiziano) si estende un enorme lago sotterraneo di acqua potabile, ampio oltre 88mila chilometri quadrati, capace di irrigare 400mila ettari di terreno per 800 anni. Gheddafi iniziò a sfruttare questo giacimenti negli anni '80 quando una apposità Autorità predispose un'enorme rete di infrastrutture (GMR, Great Manmade Rivere) per convogliare l'acqua verso la fascia costiera (il costo dei lavori, non ancora completati, è stato stimato superiore ai 32 miliardi di dollari).
Ora, bisogna sapere che hanno sede in Francia le tre maggiori multinazionali dell'acqua (Veolia, Suez Ondeo, Saur) che da sole controllano oltre il 40% del mercato mondiale delle acque dolci: non è difficile immaginare come questi tre colossi aspirino al controllo di questa riserva idrica e della rete di distribuzione, allo stesso modo in cui Total aspira ad ampliare la propria quota di concessioni petrolifere. E non è difficile immaginare che il nuovo governo libico provvederà alla creazione di una nuova Autorità per il controllo delle acque che possa procedere alla loro privatizzazione, così come ha già provveduto all'instaurazione di una nuova Autorità petrolifera che ha avviato la rinegoziazione delle concessioni di sfruttamento ed esportazione del petrolio.
Sarà un'altra vittoria del libero mercato, un'altra tappa per l'ammissione della nuova Libia nel club del nuovo ordine mondiale.
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sabato 14 maggio 2011






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venerdì 13 maggio 2011

“Astrea e i Titani – Le lobbies americane alla conquista del mondo” è un libro dello storico medievista Franco Cardini che che focalizza l’attenzione sul ruolo di Stati Uniti, multinazionali e lobbies di potere nelle dinamiche politiche ed economiche globali.
Il libro descrive la capacità degli Stati Uniti di porsi come unici garanti della sicurezza internazionale, con una manovra di influenza politica (attraverso le rivoluzioni liberali, finanziate nei paesi “non allineati”), militare (attraverso il mantenimento delle basi NATO) e sociale (attraverso il monopolio della cultura). Questo processo ha portato gli Stati Uniti ad essere gli unici referenti di se stessi. In questa politica, un momento chiave è costituito dai fatti dell’11 Settembre, che, da quel momento, hanno giustificato agli occhi di tutti (o quasi) ogni possibile reazione, prima fra tutte la legittimità del paese a stelle e strisce di mettere bocca sulle vicende di politica interna di ogni Stato. Da quel giorno, in nome della lotta al terrorismo per la libertà e la democrazia, l'autodeterminazione e la sovranità degli stati sono state sacrificate in cambio di una fantomatica sicurezza internazionale, dietro la quale si nascondono gli interessi geostrategici U.S.A.
Tuttavia, neanche la politica americana è libera e autonoma nelle sue scelte, ma a sua volta vittima (e complice) di una manipolazione strategica portata avanti da lobbies e multinazionali, capaci di infiltrarsi negli apparati statali e condizionarne la politica interna ed esterna: “il potere decisionale non sta più nelle mani dei popoli e delle nazioni, ma neppure dei governi”. Da qui il titolo del saggio: le vecchie potenze statali, private di ogni potere decisionali, sono paragonate alle divinità assoggettate a Zeus, figurazione degli U.S.A., a sua volta messo sotto assedio dai Titani, lobbies e poteri occulti. Solo il ritorno di Astrea, dea della giustizia, permetterà un ritorno all'ordine: ella si porrà contro “il tradimento dei politici, che hanno accettato di divenire comitato d’affari delle multinazionali” e contro quelle multinazionali “che sono riuscite a fare evolvere la democrazia stessa fino a svuotarla di senso, aldilà dei meccanismi di selezione su cui si fonda”.
Il testo è uscito alle stampe nel 2005, ma l'analisi di Cardini è tutt'altro che superata, come dimostrato dall'attuale scenario mediorientale e dalla guerra di Libia: come più volte ripetuto, nonostante la copertura mediatica, l'intervento N.A.T.O. appare sempre più essere mosso, non certo dalla volontà di esportare la democrazia e la libertà, ma dall'interesse occidentale ad allineare Tripoli alle proprie strategie politiche.
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venerdì 6 maggio 2011

Nella definizione di una nuova Europa, liberata da un sistema sociale ingiusto e coercitivo, non si può prescindere dalla descrizione del termine “solidarismo”.
Con esso si definisce storicamente e culturalmente, la risposta organicista al cambiamento strutturale della società tradizionale, nel momento in cui il sistema liberista e la relativa risposta socialista, acuirono la divisione ed i conflitti sociali, dividendo il “destino” di quella che fino ad allora si comportò come “comunità di popolo”, in luogo sociale di contrattazione di diversi fini e mete, fin troppo discordanti.
Storicamente l’orientamento solidarista, sviluppatosi nel XIX sec., si introdusse nel filone di un’altra dottrina, quella sociale della Chiesa, anch’essa nata nel tentativo di risolvere i problemi politici sociali ed economici derivanti dal “sistema borghese”, ridefinendo l’idea di Uomo, lavoro, Stato, in chiave tradizionale.
Qual’era questo ordine tradizionale che questo pugno di pensatori “ribelli” secondo gli indirizzi culturali di quel tempo (per citarne alcuni, Pierre Leroux, Leon Burgeis, Giorgio La Pira, Albert Fuillet), cercarono con foga di ridefinire nella speranza di evitare il peggio?
Bisognava ridefinire il bene comune, come somma morale degli interessi dei singoli e di conseguenza fine ultimo delle azioni degli uomini della società. Superare la lotta di classe, frenare la società del profitto con il suo individualsimo centrifugo e ricostruire la comunità di popolo, organica e armonica (alla stregua del corpo umano) come “comunità di destino”. Ridefinire l’idea di Uomo come essere irripetibile e sociale, che prenda il proprio posto e collabori, in accordo e armonia con gli altri, alla realizzazione morale, spirituale e materiale della collettività, nel rispetto della sua propria funzione. Né più parte di una massa spersonalizzata, né più singolo, individualista, capace della sua massima realizzazione da solo in costante lotta con il vicino.
Ridare voce quindi a quel concetto di “responsabilità in solido”, tipicamente romana, dove ognuno compie la propria funzione al meglio, consapevole che il risultato sarà la “maggior gloria” di tutti, partecipe di un meccanismo solidale e ascendente.
Detto questo è facile intuire come la battaglia solidarista sia ancora valida, anzi si prospetti come la vera battaglia contemporanea contro quel mondo, nato dalle rivoluzioni industriali e borghesi, che si è “evoluto” sino ad oggi, lasciando a questi piccoli uomini moderni che vagano frenetici per il mondo, l’isteria di inseguire la felicità (ormai solamente materiale) da soli, svincolandosi “furbescamente” dall’appartenere a qualcosa di più grande ed aderire a qualcosa di più nobile: un Popolo, una Civiltà, un Dio.
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mercoledì 4 maggio 2011

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venerdì 22 aprile 2011

Perchè la Libia?
Analisi sui motivi reali della guerra scatenata contro Gheddafi, oltre le mistificazioni mediatiche e la ricerca del consenso nel giustificare l’aggressione ad uno stato sovrano, inquadrata nello scenario più ampio della cosiddetta “primavera araba”, trasposizione attuale di quelle “rivoluzioni colorate” che provocarono i “regime change” favorevoli all’Occidente dalla Serbia ad oggi.
Interverrà Fabrizio Di Ernesto, giornalista e saggista, esperto in relazioni internazionali e geopolitica, scrittore del libro, tra gli altri, “Petrolio, Cammelli e Finanza”, il quale racconterà degli interessi Italiani in Libia all’interno di cent’anni di relazioni tra i due paesi.

LOTTA EUROPEA - Associazione Culturale ZENIT
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martedì 19 aprile 2011



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sabato 16 aprile 2011

Prima dell’intervento aereo della NATO, c’erano già le sanzioni, imposte da Obama, il 22 marzo scorso, con lo scopo di tagliare le rendite petrolifere utilizzate da Gheddafi per assicurarsi il favore di clan e tribù e per armare i propri uomini: secondo la disposizione 13566 dell’Office of Foreign Assets Control del dipartimento del Tesoro USA, sono passibili di sanzioni tutte le società che abbiano rapporti con la Banca centrale libica, con il Fondo sovrano libico, con la National Oil Corporation (NOC, la compagnia petrolifera di stato) e, con quest’ultima, tutte le società affiliate o associate o di servizio. Ma nel testo della disposizione c’è un passaggio illuminante, che merita un’attenzione particolare: “nel caso che associate o società di sevizi della NOC cambino di proprietà e controllo, il Tesoro potrà autorizzare trattative con tali entità”. Detto, fatto. Il Consiglio nazionale di transizione, la struttura di coordinamento dei “ribelli” della Cirenaica, si è riunito a Bengasi, per istituire (oltre ad un’autorithy competente in politica monetaria e ad una nuova Banca centrale di Libia, entrambe con sede temporanea a Bengasi) la Lybian Oil Company, una nuova autorithy incaricata di sovraintendere alla produzione petrolifera. Le companies attive nella Sirte orientale (tra cui la Shell, la Exxon, la ConocoPhillips, la Marathon, la Hess e la Oxidental) possono dormire sogni tranquilli: eliminato il tiranno, guadagnato il controllo della costa e dei terminali di esportazione di petrolio e gas, il Tesoro americano non lesinerà le sue autorizzazioni.
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domenica 10 aprile 2011


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giovedì 7 aprile 2011

La Costa d’Avorio ha un nuovo presidente: le milizie di Ouattara, dopo 10 anni di tentativi, sono riusciti a spodestare il presidente uscente Gbagbo. Dopo Ben Ali, dopo Mubarak, in attesa della capitolazione di Gheddafi, l’Occidente ha salutato con entusiasmo un nuovo regime change: nei media occidentali, il vincitore dello scontro è salutato come il presidente “democratically elected” e “internationally recognized”, lo sconfitto come un volgare tiranno al potere da 40 anni. Ma Ouattara è anche l’ex funzionario del Fondo Monetario Internazionale, sposato ad una bianca e bionda Dominique niente meno che dall’allora sindaco di Neuilly sur Seine Nicolas Sarkozy: dettaglio che ci incuriosisce e ci spinge ad approfondire la questione. Il 28 novembre scorso i cittadini ivoriani sono stati chiamati alle urne per scegliere il nuovo presidente, ma i risultati delle elezioni sono stati, quanto meno, contesi: la Commissione ONU chiamata a vigilare sul buon andamento delle procedure di voto, favorevole a Ouattara ha proclamato quest’ultimo presidente, mentre la Corte Costituzionale, favorevole a Gbagbo, ha confermato il presidente uscente, invalidando una serie di voti frutto di brogli e intimidazioni. Il caos totale: entrambi i contendenti si sono autoproclamati vincitori e hanno giurato da presidente in due cerimonie parallele. I sinceri amici della democrazia africana non potevano non intervenire a difesa della volontà popolare calpestata. E sono intervenuti nella contesa in concerto con il loro pupillo Ouattara. Quest’ultimo, infatti, ha predisposto il blocco delle esportazioni di cacao (la Costa d’Avorio produce il 40% del cacao consumato nel mondo), subito assecondato dall’Unione Europea che ha proclamato l’embargo economico contro la Costa d’Avorio. Ouattara è anche riuscito a ottenere che la Banca Centrale dell’Africa Occidentale congelasse le linee di credito del presidente. Ma la morsa economica non raggiungeva i risultati sperati, così gli uomini di Ouattara si sono mossi verso la capitale e il palazzo presidenziale, forti dell’appoggio militare degli elicotteri francesi ed onusiani e dei 400 milioni di dollari forniti dall’ONU. Fino a martedì scorso, quando, con la cacciata di Gbagbo, la Costa d’Avorio ha avuto finalmente il suo presidente eletto secondo i canoni democratici. E con almeno 800 (forse 1000) cadaveri di civili, uccisi a colpi di machete, e un milione di persone in fuga dal paese. Ma cosa aveva fatto Gbagbo per muovere contro di sé le accuse (e i missili) dell’Occidente e della Francia in particolare? Si era spogliato degli abiti di valletto di corte che gli ex coloni francesi gli avevano cucito addosso: una volta eletto, non corse a Parigi a baciare l’anello di Chirac, ma preferì recarsi in Italia a stringere accordi economici (e il presidente francese reagì ordinando ai suoi caccia di distruggere tutta l’aviazione ivoriana a terra). Ma soprattutto, durante la sua presidenza, ha assegnato appalti multimilionari non ai soliti francesi, ma a società di cinesi. Gravi errori che gli sono costati la poltrona, e che hanno inflitto al paese africano una sanguinosa guerra civile eterodiretta.
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martedì 5 aprile 2011


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venerdì 1 aprile 2011

Il British Medical Journal ha pubblicato uno studio sull'impatto delle pratiche di aborto selettivo sulla demografia delle popolazioni asiatiche, in particolare di Cina, India e Corea del Suda: a fronte di un rapporto medio di 103/107 nati maschi ogni 100 nati femmine, in Cina si raggiungono picchi di 192 maschi ogni 100 femmine. Un vero squilibrio, dovuto, fondamentalmente, alla pratica sempre più diffusa dell'aborto selettivo, ossia l'elimanazione dei nascituri di sesso femminile, considerati inutili ai fini socio-economici della famiglia. Tanto più in quei paesi dove vige la politica del figlio unico: i genitori, specie quelli più poveri, costretti ad avere un solo figlio, preferiscono generare forza lavoro: ossia un maschio. Dall'Oriente arrivano brutali racconti di donne prese a calci per abortire o di bambine uccise, in mancanza di ecografia, appena messe alla luce. Il tutto sotto gli occhi delle ONG occidentali, complici di questo massacro silenzioso.

Non c'entra nulla la religione, non c'entrano nulla gli ideali politici.

Si tratta, più semplicemente, di guardare in faccia la realtà.

Si tratta di riconoscere che nessun individuo può disporre della vita di un altro. Neanche se questa è ancora in fieri. Atto e potenza, ne parlava Aristotele qualche millennio fa.

Si tratta di riconoscere, all'interno di una società organica e ordinata, il ruolo della donna, nella sua specificità, alterità e complementarità rispetto all'uomo. Una condizione ben diversa da quella propria delle società orientali dove è sottomessa all'uomo e ben diversa da quella propria delle società occidentali in cui è semplice strumento di piacere per uomini sempre più tristi e soli.

Si tratta di riconoscere alcuni limiti ben precisi all'azione umana, perché l'uomo rimanga, in qualsiasi momento della sua esistenza, soggetto e non oggetto, fine e non mezzo della ricerca scientifica.

Si tratta di riconoscere la libertà e la superiorità dell'uomo di fronte alle leggi dell'economia, perché nessuna vita sia più sacrificata all'altare del profitto.
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lunedì 28 marzo 2011



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sabato 26 marzo 2011

Lo avete chiamato dittatore, ma gli baciavate la mano. Avete atteso la risoluzione dell’ONU, ma non la rispettate. Parlate di no fly zone, ma invocate l’invio di truppe di terra. Dovete proteggere i ribelli, ma bombardate la capitale. BASTA BUGIE! SIETE IN GUERRA PERCHE':

perché Gheddafi ha osato gestire autonomamente le proprie riserve petrolifere;

perché Gheddafi ha sfidato la leadeship saudita nell'OPEC;

perché il sogno nucleare sta svanendo e avrete bisogno di combustibili fossili;

perché la Francia deve recuperare gli spazi persi nel Maghreb;

perché l'Africa sta diventando terra di conquista della Cina;

perché, terminate le ostilità, ci sarà una nazione da ricostruire;

perché, terminate le ostilità, l'instabilità politica autorizzerà una presenza militare occidentale;

perché, terminate le ostilità, il nuovo governo libico in nome del libero mercato svenderà le imprese di stato alle multinazionali occidentali.

SIETE IN GUERRA PERCHE' IL LORO SANGUE VALE MENO DEL VOSTRO PETROLIO!
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mercoledì 23 marzo 2011



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martedì 22 marzo 2011

Si è da poco festeggiato il 150° anniversario dell’unità d’Italia, evento che, dato in pasto al popolino, si è portato dietro con sé il solito strascico di retorica martellante, di sentimentalismi e di pomposo patriottismo, degno di ogni festa nazionale nostrana che si rispetti.
Ma non solo.
L’occasione ha reso possibile portare in risalto un problema ancora senza soluzione, congenito alla nascita dello stato italiano ma comune a molte nazioni europee. Quello delle identità.
Abitualmente si tende a non mettere in discussione l’effettiva coerenza tra l'identità nazionale e l’identità del popolo stesso che risiede in una determinata nazione, come se fosse scontato che l’una sia diretta conseguenza dell’altra.
Proviamo, invece, a farlo.
Pensiamo, per un attimo, che nel processo di individualismo collettivo e di razionalizzazione delle identità, che ha portato alla creazione delle nazioni in senso moderno, qualcosa non è andato secondo logica. Proviamo, per un attimo, a pensare che nella logica del pesce-grande-mangia-pesce-piccolo, il “mangiare” significò imporre oltre che un dominio politico, di potere, anche uno di identità, culturale.
Pesci piccoli che ora, quasi miracolosamente, continuano a sopravvivere raschiando il fondo dello stagno dove sono stati confinati e non smettono di chiedere di essere riconosciuti per quello che sono. Rispondono ad una semplice logica, naturale: radici profonde non gelano. E le loro radici, spesso più antiche delle nazioni a cui questi popoli appartengono, sono i loro costumi, la loro lingua, i loro usi, la loro cucina: la loro identità.
Queste radici non gelano neanche di fronte alla società dei consumi, alla globalizzazione e all’appiattimento culturale imposti da nazioni all'apice della decadenza, animate da identità fittizie, create ad arte. Queste radici non gelano perché, mentre le nazioni europee cercano febbrilmente il modo migliore per servire il nuovo ordine mondiale, Irlandesi, Baschi, Fiamminghi, Corsi, Tirolesi e decine di altri popoli, si battono per essere liberi di essere ciò che sono: popoli d’Europa.
La tutela delle identità e delle autonomie e il riconoscimento di ciò che esiste: sarà questa la battaglia del futuro per una grande nazione europea che faccia da madre a centinaia di popoli liberi, riuniti in lei dallo stesso ordine politico che colora la sua bandiera (nero-bianco-rosso), sul piano identitario universale, ma allo stesso tempo tutelati nelle loro differenze, sul piano delle identità particolari. Non quindi un “etnonazionalismo utile”, di retaggio wilsoniano, diretto a mantenere il divide et impera dell’occupante e a riproporre in piccola scala il nazionalismo, utile appunto a frantumare dall’interno gli stati pericolosi per l’ordine americano. Ma una Europa, compatta e indipendente, che abbia il coraggio di affrancarsi dalle logiche dell’invasore e recuperi quel grande insegnamento di armonia politica che la storia gli ha consegnato: il particolare nell’universale.
Fu la grandezza di Roma, sarà la forza della nuova Europa!
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lunedì 21 marzo 2011


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