Lotta Europea

Lotta Europea

venerdì 31 dicembre 2010

Premessa: l'estradizione di Cesare Battisti, dibattuta in questi giorni, non ci interessa. Non siamo giustizialisti assetati di vendetta. Non ci vogliamo accodare a chi cerca di riaprire vecchie ferite e rimestare i fatti di una stagione chiusa. Non siamo alla ricerca di buoni e cattivi. Non crediamo a chi, in questi giorni, cerca paragoni inesistenti con gli anni settanta e il terrorismo, rosso o nero. E' una pagina chiusa. E non vorremmo che qualcuno ne approfitasse per riaprirla.

Però...

In tutta questa storia c'è un dettaglio che lega il presidente brasiliano Lula, l'ex militante dei PAC Cesare Battisti e l'AD del gruppo FIAT Sergio Marchionne. Un dettaglio che rischia di passare inosservato, ma che forse merita qualche attenzione in più.
Lula sostiene di avere preso la sua decisione, contraria all'estradizione, da mesi, am di averla comunicata solo ora. Perché, questo ritardo? Perché di mezzo c'era una campagna elettorale da portare avanti, con la maggioranza degli elettori favorevoli all'estradizione di Battisi, considerato dai più un semplice e volgare "rapinatore".
Ma ancora di più perché di mezzo c'erano affari da concludere con la FIAT di Marchionne e la trattativa con il partner italiano rischiava di saltare insieme alle relazioni diplomatiche fra i due Paesi. Per la precisione c'era un impianto produttivo da inaugurare: un investimento da 1770 milioni di dollari (!!!) per produrre 200mila automobili a partire dal 2014.
Ed è per lo stesso motivo che Lula si è detto sicuro che l'Italia non reagirà alla mancata estradizione di Battisti
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giovedì 30 dicembre 2010

A seguito dell'ultima condanna per furto ultramiliardario e riciclaggio, Mikhail Khodorkovsky, ex magnate de petrolio, sconterà un totale di 14 anni di prigione, di cui 7 già scontati dal momento del suo arresto (ottobre 2003).
Ma chi è quest'uomo? Un martire della libertà e della democrazia, come lo dipingono i media occidentali, oppure un ladro e nemico della nazione, secondo l'accusa del governo Putin?
Di origine ebrea, egli ha ha cominciato la sua brillante carriera nel 1990, fondando una banca (la Menatep Banking Group) con la quale, alla caduta dell'URSS ha potuto approfittare delle privatizzazioni messe in atto dal governo di Mosca, acquistando il patrimonio industriale e minerario della nazione, oramai in svendita. L'affare maggiore lo ha concluso nel 1995, comprando il colosso petrolifero Yukos (oggi Gazprom) per la modica cifra di 350 milioni di dollari, a fronte di un valore reale di 15 miliardi di dollari (questa la sua quotazione in borsa): 42 volte di più.
Eppure anche 350 milioni di dollari non sono pochi: chi glieli aveva dati? I Rothschild di Londra. E proprio a uno di loro, Jacob, passò il pacchetto azionario della Yukos in possesso di Khodorkovski, al momento dell'arresto di quest'ultimo: secondo un accordo tra i due, in caso di guai le azioni di Mikhail sarebbero diventate di Jacob, così che Mosca non avrebbe potuto sequestrarle.
Salito al potere, Vladimir Putin ha (ri)nazionalizzato la Yukos restituendola al Paese: oggi è la Gazprom.
Non solo. Nel 2000, quando Putin fu eletto presidente, la Russia aveva un debito di 16,6 miliardi di dollari con il Fondo Monetario Internazionale e di 36 miliardi con il Club dei Creditori di Parigi e Londra, i banchieri privati prestatori agli Stati, egemonizzato, ancora una volta, dai Rohtschild. Il rincaro dei prezzi petroliferi ha consentito a Putin di dirigere una parte dei profitti di Gazprom per estinguere anticipatamente i debiti nazionali (operazione completata nel 2006).
Ha fatto perdere loro soldi. Ha fatto perdere loro la Yukos. Ha fatto perdere il loro uomo. Ecco perché i Rotschild odiano Putin. Ecco perché i media occidentali piangono sul destino di Khodorkovski.
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sabato 11 dicembre 2010

Nel 1989 cadeva il muro di Berlino, nel 1990 si riunificavano le due Germanie, nel 1991 si smembrava l'Impero sovietico, si scioglieva il Patto di Varsavia e prendeva avvio la Guerra dei Balcani, causa prima della sparizione della Jugoslavia dagli atlanti. Da allora l'Europa si è ritrovata, ma non si è unita.
La plutocrazia mondiale ha tracciato un solco incolmabile tra Occidente e Oriente, tra Noi e Loro. Ma è un imbroglio.
L'Europa non è un semplice continente, come l'Africa o l'Oceania. L'Europa non è né al di qua, né al di là degli Urali. Geograficamente l'Europa non esiste. E' indistinguibile dall'Asia, di cui altro non è che un subcontinente, meno evidente di quanto sia, nella sua specificità, quello indiano. Essa è solo un promontorio di un'immensa massa geografica.
Eppure l'Europa esiste. Da sempre. O almeno da quando Zeus, sulle spiagge della Fenicia, si trasformò in toro per rapire la figlia del re locale, Europa appunto. Esiste perché ha dei caratteri originari, una sua identità. E' opera degli uomini, non un dono di natura.
Priva di un reale territorio, marcato geograficamente, almeno ad Oriente, essa deve arrivare là dove riesce a difendersi, dove la sua sicurezza e la sua autosufficienza siano assicurate. Deve superare e cancellare i confini imposti Oltreoceano. Superare divisioni e diffidenze che ancora persistono. Da Roma a Bisanzio a Mosca.
Deve farlo se vuole essere, dall'Atlantico al Pacifico, altro che non il "capo d'Asia".
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mercoledì 1 dicembre 2010

L'Italia possiede 207 carceri capaci di ospitare circa 42mila detenuti: nella realtà dei fatti questi sono invece 68.795. Ovvero circa 30 mila persone in più. Di questi, 25.364 sono stranieri.
Ma il dato che più colpisce e più dovrebbe fare scandalo in uno stato che si definisce democratico è un altro: quasi la metà dei detenuti nelle patrie galere sono imputati.Ovvero persone sottoposte a misura cautelare e non ancora condannati in via definitiva. Ovvero, a rigor di legge (e di logica) INNOCENTI! 29.986 persone (di questo si tratta, semplicemente di persone) di cui 15mila ancora in attesa del primo giudizio.
Intanto in carcere si continua a morire, di suicidio o, più banalmente, di febbre (è il caso, recente, di Antonio Alibrandi, detenuto a Rebibbia, portato in ospedale solo dopo 10 giorni di febbre a 40°, lontano dai familiari). Si continua ad abitare 23 ore al giorno 10 metri sotto al livello del mare, in una cella senza finestre, con un bagno il cui soffitto è stato realizzato dai carcerati con sacchi neri della spazzatura sostenuti da manici di scopa (a Favignana). Si continua a spendere più di 1 miliardo di euro per un'indagine su Vittorio Emanuele di Savoia (oltretutto assolto) che possa fare pubblicità al PM di turno (in questo caso il celebre, per l'appunto, Woodcock). Si continua a realizzare nuovi posti-letto nelle carceri (2mila contro i 30mila necessari) e a lasciarli inutilizzati per mancanza di personale.
Si continua a ripetere (Alfano, ministro della Giustizia): “Abbiamo seminato bene e continueremo a farlo”.
Complimenti.
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lunedì 22 novembre 2010

Nelle settimane scorse il governo della Costa Rica ha autorizzato quello del Nicaragua a effettuare alcuni lavori di sistemazione degli argini del fiume San Juan che segna, in parte, il confine fra i due Paesi: i nicaraguensi, sotto la direzione del Comandante Zero della Rivoluzione Sandinista (in seguito leader dei Contras e oggi braccio destro del premier Ortega), ne hanno approfitatto per occupare un isolotto al centro del fiume, dove hanno costruito un accampamento militare e hanno issato la propria bandiera. La Costa Rica (che non ha un esercito nazionale dal 1948) ha risposta mandando sul posto una pattuglia di polizia.
Apparentemente una lite di confine tra le due nazioni sud-americane, insignificante per il resto del mondo.
Solo apparentemente.
Sembra, infatti, che il corso del fiume San Juan potrebbe far parte del percorso del Canale del Nicaragua, un vecchio progetto di canale di comunicazione tra l'Atlantico e il Pacifico, alternativo a quello di Panama, mai realizzato ma, allo stesso tempo, mai abbandonato del tutto.
Ultimamente il progetto ha attirato gli interessi della Russia, in cerca di collegamenti migliori ai pozzi di petrolio scoperti recentemente al largo di Cuba (nei quali Gazprom detiene il 30% delle assegnazioni). Il canale costituisce, dunque, un tassello importante per la realizzazione di un rotta energetica che unisca Vladivostok al Mar dei Caraibi.
Secondo un'analisi del quotidiano israeliano Haaretz, questa colossale operazione farebbe gola anche a Chavez, interessato a nuove vie di sbocco per il proprio petrolio (verso la Cina) e all'Iran, cui sarebbe assicurata una base strategica nella regione.
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lunedì 15 novembre 2010

"Gli autori del rapporto Goldstone ci devono delle scuse": è quanto ha dichiarato nei giorni scorsi il premier israeliano, Netanyahu in visita all'Assemblea delle federazioni ebraiche del Nord America.
Ma cos'è questo famigerato rapporto Goldstone?
Si tratta di un documento, scritto dall'omonimo magistrato sudafricano di origine ebraiche, con il quale l'ONU ha accusato l'esercito di Gerusalemme e le milizie di Hamas di non aver rispettato le convenzioni di guerra e di aver mirato alla popolazione civile durante l'operazione Piombo Fuso, con la quale Israele, tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009, ha invaso la striscia di Gaza per fermare il lancio di razzi da parte dei palestinesi. Con questo atto, l'ONU ha imposto un ultimatum di sei mesi affinché le due parti producano prove e testimonianze a proprio favore: in caso contrario la corte internazionale dell'Aia potrebbe istituire un procedimento legale.
Ma quale è allora il motivo di tanta indignazione da parte di Netanyahu? Lo ha detto lui stesso: è stato dimostrato che metà dei caduti nell'offensiva erano miliziani di Hamas.
E l'altra metà?
P.S.
Lunedì 8 novembre, è stato reso pubblico un nuovo programma di espansione coloniale: 1300 nuove abitazioni vicino a Gerusalemme Est, nei villaggi di Har Homa e di Ramot.
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mercoledì 3 novembre 2010

Si chiama Stuxnet ed è una vera e propria arma tecnologica: un virus informatico capace di prendere il controllo di un semplice impianto industriale ma anche di uno più complesso come una centrale nucleare, deviandone e paralizzandone i processi interni. Il suo obbiettivo: la centrale nucleare di Bushehr in Iran.
I dirigenti della Symantec, la più grande casa di produzione di antivirus, affermano che per la realizzazione di tale congegno informatico è necessaria una profonda conoscenza informatica. Escludendo quindi l'operato di un singolo hacker,la questione si fa grande e di notevole importanza: chi è l’artefice di tale attacco cibernetico?
Da quanto affermano gli esperti della Symantec, le tracce portano verso lo stato di Israele,per una serie di motivi legati alla criptazione di alcune parole all’interno del virus che mostrerebbero nessi diretti con Gerusalemme.
In attesa dei bombardamenti reali, ci si allena con quelli virtuali.

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giovedì 21 ottobre 2010



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giovedì 14 ottobre 2010

78 giorni di bombardamenti NATO effettuati da 15000 piedi d'altezza sulla Serbia hanno significato colpire:

appartamenti (5 aprile 1999, per esempio, 17 morti),

treni civili (12 aprile 1999, per esempio, 55 morti),

contadini kosovari (14 aprile 1999, per esempio, 75 morti),

televisioni pubbliche (23 aprile 1999, per esempio, 16 morti),

autobus (1 maggio 1999, per esempio, 47 morti),

ambasciate (cinese, per esempio, 3 morti),

carceri (21 maggio 1999, carcere di Pristina, per esempio, 100 morti),

ospedali (31 maggio, ospedale di Surdulica, per esempio, 20 morti),

scudi umani (60 civili kosovari, per esempio, usati come tali dai serbi, si disse, e
nessuno contestò),

scuole (31 maggio 1999 a Novi Pazar, per esempio, 23 bambini),

oltre cinquecento civili, si disse,

indefinite migliaia di militari serbi.

A zero.
Dicasi: a zero.
Un supercappotto.
Altro che un 3-0 a tavolino.

KOSOVO JE SRBIJA
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domenica 26 settembre 2010

La conferenza generale di Vienna dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha bocciato la risoluzione presentata dai Paesi Arabi per costringere l’organismo internazionale a chiedere ufficialmente l’adesione di Israele all’AIEA stessa: 56 voti contrari, 41 favorevoli e 23 astenuti. Risultato: il governo israeliano continuerò a negare l’accesso degli ispettori internazionali ai propri siti nucleari.
Fondamentali al raggiungimento dell’obiettivo sono state le minacce di Tel Aviv (“È contro l’interesse israeliano ratificare il Trattato di non proliferazione nucleare, e l’Osservatorio nucleare delle Nazioni Unite sta oltrepassando il suo mandato nel chiederci di farlo”, aveva affermato il capo della Commissione per l’energia atomica di Tel Aviv, Shaul Chorev) e l’intervento degli U.S.A. che hanno chiesto inutilmente il ritiro della mozione per poi invitare i propri alleati ad astenersi o a votare contro la proposta, affermando che essa avrebbe minato gli sforzi in corso per bandire le armi nucleari dal Vicino Oriente e avrebbe costituito un messaggio negativo per i negoziati diretti in corso tra israeliani e palestinesi.
Visto quanto accaduto, come possono gli stessi stati pretendere da parte dell’Iran la rinuncia all’arricchimento dell’uranio e continue giustificazioni in merito ad un programma militare che non esiste? Teheran ha aperto agli ispettori dell’AIEA tutti i propri siti atomici in fase di sviluppo eppure, nonostante ciò, vive in regime di sanzioni internazionali. Israele, al contrario, acquista armi da Washington, mentre continua, con il beneplacito delle Nazioni Unite, a mantenere segrete le proprie centrali e non dichiarare le proprie testate nucleari.
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sabato 11 settembre 2010

Oggi, 11 settembre 2010, a nove anni esatti dall'attentato alle Twin Towers, si sarebbe dovuta svolgere l'iniziativa lanciata dal pastore Terry Jones di bruciare copie del Corano assieme ai 50 fedeli della sua chiesa Dove World Outreach, ricavata in un capannone della Florida rurale.
Si sarebbe, ma non si è fatto: alla fine il religioso ha ceduto di fronte alle pressioni della comunità internazionale e del governo di Washington. Si è convinto che a fronte della sua rinuncia, l'imam di New York desisterà dal progetto di costruire una moschea a Ground Zero. "Crediamo che l'imam manterrà la parola data", ha detto. Ma l'imam non ha espresso nessuna parola, non è stato sottoscritto nessun accordo, nessuno scambio: semplicemente non c'è stato nessun contatto, nemmeno per interposta persona, tra i due. E nessun incontro è in programma per i prossimi giorni.
Insomma, sembra tutto una grande bufala. Solamente una farsa. Una montatura giornalistica.
Ma in molti ci sono cascati: a Copenhagen un uomo, un islamico di origine lussemburghese, ha cercato di farsi saltare nei bagni del Jorgensens Hotel (rimanendo l'unico ferito dell'esplosione non riuscita); in Afghanistan sono numerose le manifestazioni anti-statunitensi e a Bala Baluk un civile è rimasto ucciso da un colpo di arma da fuoco (sparato da chi: da un soldato americano o da un manifestante locale? Non è dato saperlo) mentre a Faizabad, dove in migliaia sono scesi in piazza bruciando le bandiere a stelle e strisce sono cinque i feriti da colpi di pistola; in Belgio, un'associazione islamica ha invitato i propri seguuaci a bruciare le bandiere statunitensi.
Rimane un solo dubbio: chi ha fatto da megafono al solitario predicatore? Chi ha soffiato sulla brace? Chi ha fatto sapere agli afghani che sono scesi in piazza che in America 50 persone, radunate in un garage, volevano bruciare alcune copie del Corano? Certo, giornali e tv non potevano ignorare le parole del generale Petraeus una volta che questi si era pronunciato pubblicamente contro gli intenti di Terry Jones. Certo, non potevano ignorare la notizia di un rogo di libri sacri se ha diffonderla per prima era il CAIR, il Council on American-Islamic Relations: il 19 agosto, questa ONG avevva diramato la notizia al suo enorme network di contatti, trasformando quello che era poco più che una bravata in una notizia.
Accendendo la miccia di un incendio che si è presto diffuso in tutto il mondo. Un incendio su cui, a qualcuno, fa comodo gettare benzina piuttosto che acqua. Pronti a dover fronteggiare nuove emergenze islamistiche, nuove reti del terrore, nuovi stati-canaglia.
E intanto in Kansas la chiesa battista di Westboro ha annunciato di essere pronta ad andare avanti nell'iniziativa del rogo, se Terry Jones dovesse definitivamente mollare.
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lunedì 6 settembre 2010

“American combat mission in Iraq has ended”: il 31 agosto, annunciando il ritiro delle truppe da Baghdad, Obama ha utilizzato parole assai diverse rispetto a quelle usate dal suo predecessore che nel 2003 affermò, quantomeno prematuramente “missione accomplished”. Del resto, quasi in contemporanea, le autorità irachene informavano che nel solo mese di agosto ultimo scorso in tutto il Paese sono stati uccisi, in attacchi e attentati suicidi, 426 persone, di cui solo 54 soldati (e 77 agenti di polizia). Ciò nonostante, con le elezioni di midterm in programma tra una decina di settimane, il premio Nobel per la pace si è visto costretto ad annunciare la fine delle ostilità, per tentare, in questo modo di dare una sterzata alla sua popolarità in forte calo tra l’elettorato. Ma nel suo discorso Obama ha “dimenticato” di accennare ai 50mila militare U.S.A. che rimarranno in Mesopotamia affiancati da altrettanti contractors per un totale di circa 100mila uomini armati al servizio della Casa Bianca.
Allo stesso tempo, mentre confermava il ritiro delle truppe dall’Afghanistan, Obama sottolineava che il ritmo del rientro dei militari da Kabul sarà determinato dalle condizioni sul terreno, condizioni che al momento sono drammatiche (il 2010 si sta confermando l’anno più sanguinoso dall’inizio delle ostilità mentre un recente reportage del Washington Post ha accusato di corruzione la Kabul Bank, il più grande istituto di credito privato del Paese, di cui Mahmud Karzai, fratello del presidente Hamid, detiene il 7%).
La necessità di ottenere al più presto un successo politico in ambito internazionale ha spinto Obama ad aprire in pompa magna, giovedì scorso, i negoziati di pace diretti tra Israele e ANP. Tuttavia, dopo la stretta di mano e le foto di rito, Abbas e Netanyahu hanno ribadito ciascuno le proprie condizioni necessarie a garantire la continuazione dei negoziati, le stesse che fino a pochi giorni fa invece erano indicate tanto dal presidente palestinese, quanto dal premier israeliano, come i principali ostacoli al processo di pace: il rinnovo della moratoria sulle costruzioni nelle colonie in Cisgiordania per il primo e il riconoscimento di Israele come Stato a carattere ebraico per il secondo.

Il “bluff” del successo diplomatico di Obama potrà durare, però, solo fino al 26 settembre quando Netanyahu annuncerà, come previsto, la ripresa delle edificazioni negli insediamenti illegali in Cisgiordania. Costringendo così Abbas a mettere fine questa farsa del colloquio: la colpa del mancato accordo ricadrà, ancora una volta, sui palestinesi e Israele potrà continuare a portare avanti senza troppi problemi la propria politica coloniale.
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martedì 24 agosto 2010

Il neodimio è l'elemento essenziale per produrre batterie e motori delle auto ibride o elettriche, l'hardware dei computer, i cellulari, le telecamere; il suo ossido è alla base dei magneti che azionano le ali direzionali dei missili di precisione. Con l'europio e l'ittrio si producono, invece, le fibre ottiche e le lampadine a basso consumo energetico. Lo scandio viene utilizzato nelle illuminazioni degli stadi, mentre il prometio nei macchinari ospedalieri di ultima generazione.
Sono solo alcuni dei 17 elementi rari della terra, quelli che nella tavola periodica degli elementi occupano le caselle nelle ultime righe. Alcuni di quegli elementi alla base di gran parte delle tecnologie più promettenti del nostro secolo. Le materie prime del futuro.
17 elementi accumunati da un particolare strategico: il 97% della loro produzione globale avviene in Cina. Pechino possiede nel proprio sottosuolo il 37% delle riserve conosciute, i paesi dell'ex U.R.S.S. il 18%, gli U.S.A. 12%: ma la Russia non ha i mezzi per l'estrazione e l'America, da dodici anni a questa parte, l'ha bloccata in nome della tutela ambientale (spesso questi elementi sono uniti a sostanze radioattive e le loro miniere inquinano le acque circostanti) e avrebbe bisogno di altri 15 anni per riattivarla (a costi ben più alti che in Cina). Così, le grandi multinazionali occidentali (da Philips a Siemens, da da Nokia a Hewlett Packard, da Apple a Sony a Canon) sono costrette ad acquistare a Pechino.
Ma la Cina vende sempre meno e a condizioni sempre più difficili: in primavera ha alzato i dazi sulle esportazioni al 25%, a luglio ha tagliato le quote delle vendite oltre confine del 72%. Ma la decisione più drastica riguarda il prossimo anno: Pechino esporterà solamente il 60% del fabbisogno globale, proponendo, per il resto, alle multinazionali di andare a produrre in casa sua (e le multinazionali in questione accusano il governo cinese di rubare metodicamente il know how dei suoi ospiti).
Insomma, è chiaro il potere e lo strapotere di Pechino su questa fetta di mercato, di nicchia ma di grande valore strategico e geopolitico.
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venerdì 20 agosto 2010

Nonostante le promesse del premio Nobel per la pace, il carcere di Guantanamo è ancora aperto, con circa cinquanta "sospetti" rinchiusi in attesa di processo.
E queste sono ore decisive per il procedimento contro il giovane Omar Khadr, arrestato in Afghanistan dalle forze speciali Usa quando era ancora quindicenne: per la prima volta dal 1945, un minore sarà giudicato da un tribunale militare, e il primato sarà degli Stati Uniti. Come se non bastasse , il presidente del tibunale militare ha stabilito che le confessioni rilasciate dall'imputato nel carcere di Guantanamo sarano ritenute valide ed utilizzate contro di lui, nonostante testimonianze e documenti dimostrino come il ragazzo abbia subito minacce e abusi durante la detenzione perché confessasse: un ufficiale dell'esercito ha confessato che la sua squadra minacciò il ragazzo di stupro collettivo e di morte se non avesse collaborato.
Si è chiuso invece giovedì (con la condanna a 14 anni di prigione) il processo contro Ibrahim Al-Qosi, cuoco cinquantenne di Bin Laden, a seguito di un accordo segreto tra accusa e difesa, che non sarà reso pubblico fino a quando il testo non sarà esaminato dal presidente delle commissioni militari: la prima condanna dell'amministrazione Obama, accompagnata da un accordo segreto e da una sentenza fittizia,si dimostra, insomma, una farsa.
L'ennesima dimostrazione di come il presidente coloured, leader dei democratici e delle anime belle di ogni paese, avvalli nei fatti la politica del suo predecessore Bush in materia di sicurezza nazionale e violazione dei diritti umani: detenzioni illegali e illimitate, tribunali militari speciali, mancanza di trasparenza e omicidi mirati con i droni.
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giovedì 29 luglio 2010

L’Europa e gli europei devono molto a Jean Thiriart. Gli devono la denuncia della "impostura chiamata Occidente" (questo il titolo di un suo editoriale in un numero del mensile La Nation Européen del 1966) e dei suo sinistri difensori (in quegli anni, Henri Massis a Ronald Reagan su tutti). Gli devono la designazione degli Stati Uniti e del Sionismo come nemici principali dell'Europa ("Imperialismo americano, sionismo: un solo nemico per la Nazione Europea", scriveva nell’aprile 1984 sulle colonne della rivista Conscience Européenne). Gli devono l'idea di un'Europa indipendente ed unita, da Dublino a Bucarest, poi da Dublino a Vladivostok e l'idea di un'alleanza con i nazionalisti arabi e i rivoluzionari del Terzo Mondo. Gli devono l'abbozzo, con l'organizzazione Jeune Europe, di un Partito Rivoluzionario europeo. Gli devono la versione modernizzata di un socialismo che vuole essere nazionale (Nazione europea), comunitario e "prussiano".
Gli devono "La Grande Nazione", un agile testo dei primi anni ’60 che, in 65 tesi, traccia un vero e proprio programma politico per la Nazione Europea.
La speculazione politica thiriartana prende avvio dalla constatazione dell’ineluttabilità della dimensione continentale per svolgere un ruolo nello scacchiere geopolitico mondiale dell’era moderna: "non esiste più, attualmente, né indipendenza effettiva, né progresso possibile, al di fuori dei grandi complessi politici organizzati su scala continentale. […] Oggi la dimensione europea è il minimo indispensabile per l’indipendenza. […] Rifarsi ad un piccolo e antiquato nazionalismo non vitale è una forma di sentimentalismo suicida. Vogliamo un nazionalismo all’altezza del nostro tempo, vogliamo un nazionalismo valido, vogliamo un nazionalismo vitale: il nazionalismo europeo". Non è sterile nazionalismo sciovinista e fratricida, ma il riconoscimento di un’dentità di destino, la partecipazione ad un disegno comune da parte delle diverse comunità e anime che abitano il continente eurasiatico.
Ma quale forma dovrà avere questa Europa? E’ qui il limite ideologico, piuttosto pesante, dell’autore: la Nazione europea non può che avere forma unitaria, al di fuori di qualsiasi logica organicista o connotazione regionalista, federalista o imperiale. L’Europa Nazione, per lui, sarà uno stato più grande, ma fondamentalmente simile ai vecchi piccoli stati frutto dei vari Risorgimenti. La "Grande Nazione" dovrà essere necessariamente armata e dotata di propri arsenali atomici. Thiriart, in anticipo sui tempi, prevede pure la necessità della moneta unica europea, punto di passaggio obbligato sulla via dell’indipendenza: "la fine del protettorato americano passa per la soppressione della tutela del dollaro e la creazione di una moneta non straniera, europea, basata sulla nostra prodigiosa potenza economica".
Scrivendo ai tempi del Muro di Berlino e della guerra fredda, la sua analisi della geopolitica può risultare datata: ciò che rimane attuale è la saggezza della sua presa di posizione per l’integrazione di Mosca all’interno del sistema politico-economico europeo, dopo la caduta del comunismo ("in un tempo più lontano la frontiera dell’Europa passerà indubbiamente per Vladivostok").
Autarchia, indipendenza, potenza, dignità sociale: questi i valori di base della concezione economica thiriartiana. Contro i disastri delle economie marxista e capitalista, Thiriart invoca una economia di potenza che miri al massimo sviluppo del potenziale produttivo continentale, all’autarchia nei settori economici strategici, al dominio del politico sull’economico.
"L’Europa è di moda e serve da spunto a molti dilettanti ed intellettuali. Da quest’Europa delle chiacchiere, da quest’Europa dei banchetti, non uscirà mai fuori un’Europa di sangue e di spirito. Quest’ultima si farà quando la fede nell’Europa nazione sarà penetrata nelle masse e avrà entusiasmato la gioventù, cioè quando ci sarà una mistica europea, un patriottismo europeo. La vera Europa non verrà realizzata dai giuristi o dai comitati: sarà opera dei combattenti che hanno la fede, dei rivoluzionari".
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sabato 17 luglio 2010

La Bosnia-Herzegovina, occidentalizzata a forza da Washington a suon di bombe e processi (non soltanto contro il “suicida” Milosevic e o il catturato Karadzic all’Aja, ma nella stessa Roma con la sconcertante condanna all’ergastolo, nel 2003, di un pilota serbo-bosniaco, Emir Sisic, colpevole di aver difeso la sua terra abbattendo un elicottero-intruso della Ce in zona di guerra) e “normalizzata” con i vergognosi accordi di Dayton, è una Federazione-mostro. L'intervento atlantico nel Paese ha infatti instaurato una fragilissima unione federale tra le nazioni serba, croata e islamica, imponendo quest'ultima componente con i suoi vertici alla guida della Federazione (come nel caso, più noto, del Kosovo): il risultato è l'aggravamento della tensione etnico-sociale tra le tre componenti federali.
I governanti islamici, sostenuti dai contingenti militari atlantici, non cessano di costringere le altre due repubbliche, quella Serpska e quella Croata, ad una progressiva accettazione delle direttive “normalizzatrici” (naturalmente, la bandierina paradisiaca sventolata è quella dell’adesione all’Ue…) che, in soldoni, hanno come risultato la progressiva penetrazione di Sarajevo negli affari pubblici e religiosi serbi o croati. Ad esempio, la regione di Banja Luka, “capitale” serpska, di identità serba e di religione ortodossa, è oggetto di particolare attenzioni islamico-occidentali, con l’imposizione di cittadini di Sarajevo o di fede musulmana negli apparati pubblici: il fiorire di moschee per pochi fedeli tutt’intorno alla città è, inoltre, un evidente prova di dispregio dell’identità serpska. A questo si aggiungano i recenti episodi di terrorismo contro stazioni di polizia, messi in atto dalle frange integraliste islamiche in forza di un’autoproclamata vigenza della “legge coranica” nei villaggi serbi dove la N.A.T.O. ha permesso l’insediamento di guerriglieri arabi o mediorientali giunti in Bosnia durante il conflitto civile del 1992-1995 e che allora si dichiararono seguaci di “al-Qaida”.
Il laboratorio-Bosnia, creato in provetta dagli occidentali (esattamente come fecero con il Libano “unito” ma ferocemente diviso tra le sue componenti…), per asseverare l’idea di uno Stato multiculturale è, insomma, naturalmente, fallito.
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domenica 11 luglio 2010

Da diversi secoli, uomini dell’Alta Finanza hanno propugnato la creazione di Banche Centrali, prefigurandosi l’obiettivo (oggi realizzato) di destinare ad esse le decisioni economiche, un tempo affidate ad autorità politiche, legittimate dalla volontà popolare. L’ingenuità o, più spesso, la corruzione, degli uomini politici di quasi tutti gli Stati, ha permesso l’istituzione delle stesse; dove personaggi pubblici hanno fatto resistenza, le lobby hanno orchestrato crisi finanziarie, tali da costringerli ad acconsentire alle loro richieste.
Tali Banche hanno, nel tempo, assunto tutta una serie di poteri fondamentali per l'andamento economico di un Paese: l’erogazione della moneta, la disposizione del tasso di sconto, del rapporto di cambio e del livello della circolazione monetaria interna, tutte decisioni prima di competenza dei Governi Nazionali.
Fin quando le Banche Centrali erano di proprietà statale, i loro interessi coincidevano (o almeno avrebbero dovuto coincidere) con quelli del popolo e della nazione. Con la privatizzazione delle Banche Centrali, tutti i poteri decisioniali in materia di politica monetaria sono passati nelle mani di organizzazioni private, governate da grandi investitori, di certo più interessati al proprio personale tornaconto che a perpretare qualsiasi forma di Giustizia Sociale.
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mercoledì 7 luglio 2010


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martedì 6 luglio 2010

L’Europa nella sua lunga storia ha visto stravolgere i suoi confini, i suoi popoli, i suoi stati e le sue razze. Immigrazioni esterne, ideologie e rivoluzioni hanno cambiato radicalmente i suoi sistemi politici, tanto da intaccare la sua stessa identità: quella di “contenitore” universale di tanti popoli, diversi nel loro particolare, ma uniti da una radice comune e dallo stesso modo di intendere la società e, in un certo senso, la vita.
L’esempio di Roma torna come sempre utile a comprendere questo aspetto della cultura europea. Durante l'Impero romano esisteva un universale, costituito dalla sua legge alla quale i popoli dovevano assoggettarsi, ma al contempo permaneva il “particolare”, cioè quegli usi, costumi, lingue e credenze diversi, propri delle varie comunità sottomesse. Il Pantheon ne è l’esempio per eccellenza: lì venivano riposti i culti di tutti i popoli dell’impero.
Caduta Roma, L’Europa dei Carolingi, degli Hohenstaufen, degli Svevia, degli Asburgo ripropose l’idea imperiale propriamente romana e, come nuovo collante, l’universalismo cristiano.
Come si è detto fu un cambiamento di mentalità a creare qualcosa di diverso. Già durante il medioevo iniziò quel processo di “individualismo collettivo” che portò alla nascita delle nazioni e più tardi all’assolutismo. Ciò che mutò fu proprio quello di cui si parlava all’inizio: da quel momento il “particolare” iniziò ad identificarsi come “universale”. Si irrigidirono i confini, si imposero le lingue (il francese ad es. è il dialetto parigino) e nacquero addirittura le chiese nazionali (gallicana, anglicana etc..).
Arrivando all’epoca moderna è chiaro come questo fattore disgregante fu cavalcato da chi, specialmente nel Risorgimento, aveva interesse che morissero quegli stati tradizionali, nemici giurati della massoneria. Per farla breve i nazionalismi hanno diviso, in modo irrevocabile, ciò che fu unito anche nella diversità, imposto un’identità particolare ai popoli sottomessi (l’Italia ne è l’esempio maggiore), appiattendo e molte volte non permettendo ciò che è la vera ricchezza dei popoli: i loro costumi, le loro lingue e le loro tradizioni.
Oggi, quando anche le identità nazionali faticano a sopravvivere, vi è una nuova necessità di ritorno alle tradizioni dei popoli europei: riconoscere le differenze e tutelarle sarà l’unico modo per combattere il nihil mondialista e ricreare un nuovo ordine europeo dove i popoli che esistono siano riconosciuti per quello che sono, dove questi popoli, fratelli perché figli, si riconoscano in un’origine e un destino comune, universale, chiamato EUROPA!
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martedì 29 giugno 2010

Il ministro della Giustizia Alfano, il ministro delle Infrastrutture Matteoli e il capo del dipartimento di Protezione Civile hanno annunciato il nuovo piano carceri, il dodicesimo in 24 mesi: 11 nuove carceri con 450 posti ciascuna e, nei penitenziarigià esistenti, 20 nuovi padiglioni da 250 posti letto per una spesa complessiva di 661 milioni di euro.
Neanche una parola sulla riforma delle pene. Neanche una parola sulla riforma del processo penale. Neanche una parola sulla custodia preventiva, usata sempre più spesso come arma intimidatoria per arrivare ad una confessione del sospettato. Solo l'annuncio di nuove carceri, una goccia nel mare: 9mila posti in più che aggiunti agli attuali 42mila fanno un totale di 51mila letti a fronte di una popolazione di 68130 detenuti. Per costruire questi nuovi istituti ci vorranno anni: come pensa il governo di fronteggiare il problema nel periodo d'attesa? Che farà mentre i detenuti continueranno ad aumentare nel tempo, e gli aumenti preventivati si dimostreranno ancora di più insufficienti?
Traduzione dell'annuncio governativo: tanti soldi pubblici da spendere, tanti appalti da commissionare e gestire, una bella torta da spartire, nessuna soluzione al problema, reale, del sovraffollamento delle carceri. In compenso qualcuno guadagnerà qualche soldino.
Intanto, tra il 27 e il 29 giugno, nelle celle italiane si sono contati altri 2 suicidi e altri 3 tentati suicidi.
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lunedì 21 giugno 2010

Oggi, 21 giugno, i primi camion carichi di beni civili, sono entrati a Gaza, dopo che il governo israeliano ha sollevato il blocco imposto finora. Una bella notizia.
Ma una bella notizia non può cancellare il ricordo dell'embargo imposto alla popolazione palestinese per tre lunghi anni, da quando Hamas ha preso il potere nella Striscia. Il ricordo di un blocco commerciale difeso anche con l'uso della forza e l'intervento dell'esercito, come accaduto poche settimane fa con l'assalto alla Freedom Flotilla, carica di aiuti umanitari. Un operazione militare, più che di polizia: abbordaggio in acque internazionali, uso della marina, 19 morti, arrestati trattati come prigionieri di guerra. Il ricordo del taglio al rifornimento di carubranti e degli ospedali arabi costretti all'uso di generatori elettrici di emergenza.
Una bella notizia non può nascondere i progetti messi in piedi per privare Gaza delle riserve di gas accertate nel 2000 dal Gruppo British Gas nell'off-shore palestinese (Gaza Marine): riserve per un volume di 40 miliardi di metri cubi, tali da soddisfare il fabbisogno della centrale elettrica di Gaza e del dissalatore marino e, al contempo, da conservare un ampio margine destinato all'export.
Una bella notizia non può cancellare l'infamia dell'operazione Piombo Fuso (2008): una campagna militare costata la vita a circa 1300 palestinesi, tra cui più di 900 civili (a fronte dei 10 soldati e 3 civili israeliani morti), nata per neutralizzare Hamas e il suo "pericolosissimo" lancio di razzi Qassam sulle città del sud di Israele, razzi che in otto anni (dal 2001) avevano fatto la bellezza di 15 morti. Un intervento militare condannato anche dall'ONU che ha accusato Tsahal diaver colpito deliberatamente obiettivi civili noti, e di non aver preso tutte le misure necessarie alla protezione di edifici e strutture: una condanna che, nella migliore tradizione onusiana, non avrà alcuna conseguenza penale (sono le parole del Segretario dell'ONU Ban Ki-Moon). Come sempre nessuno farà pagare ad Israele le sue colpe.
Una bella notizia non può nascondere l'ottantina di testate nucleari non dichiarate possedute da Israele, l'unico Paese del Vicino Oriente ad aver sviluppato la tecnologia dell'atomo. Come non può nascondere l'assenza della sua firma in calce al Trattato di Non Prolificazione: un'assenza che rende quantomeno ipocrita la richiesta di fine attività impetrata nei confronti di Teheran. Come non può cancellare l'uso del fosforo bianco e quello delle bombe a grappolo, bandite dalla comunità internazionale ma impiegate da Israele in Libano e a Gaza.
Una bella notizia non può far dimenticare gli accordi non rispettati, i territori occupati, le colonie in Cisgiordania, il divieto al ritorno dei profughi palestinesi nelle case abbandonate, l'erezione del muro di Gerusalemme, la volontà di riconoscere Gerusalemme come capitale indivisa dello stato di Israele, il controllo della politica palestinese mediante la delegittimazione di Hamas e il mancato riconoscimento della sua vittoria alle elezioni parlamentari del 2006.
Una bella notizia non può cancellare l'olocausto palestinese. Read More

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martedì 15 giugno 2010

Il 27 giugno 1980 l'aereo di linea I-TIGI DC-9 Douglas della compagnia Itavia si squarciava in volo e precipitava in mare al largo dell'isola di Ustica, causando la morte di 81 passeggeri. Oggi, 15 giugno 2010, a quasi 30 anni di distanza, la Corte d'Appello di Palermo condanna lo Stato al pagamento di 1 milione e 240mila euro ai familiari delle vittime a titolo di risarcimento.
Un leggitimo e doveroso risarcimento in favore dei parenti dei morti, ma non basta. Non possiamo che chiedere ed esigere la verità su uno dei grandi misteri della nostra storia recente, su quello che appare sempre più come un vero e proprio atto di guerra. Aerei NATO e libici in volo nello spazio aereo italiano nel mezzo della crisi Washington-Tripoli, procedure di allerta ignorate, ritrovamenti di apparecchi dell'areonautica militare libica caduti a terra in data prossima o coincidente con quel maledetto 27 giugno, morti e suicidi sospetti di testimoni e persone informate dei fatti, depistaggi, telefonate anonime: la teoria del "semplice" incidente aereo non convince e non regge.
E con Ustica chiediamo luce e verità sulla Strage di Bologna del 2 agosto 1980, le cui piste, purtroppo poco battute dai magistrati, rimandano ancora una volta a Tripoli e si intrecciano con quelle dell'aereo DC-9 dell'Itavia, inabissatosi a largo dell'isola palermitana. Perché le tre condanne passate in giudicato con cui si è chiuso il processo per la bomba alla stazione (Fioravanti, Mambro e Ciavardini)chiedono Giustizia, perché il loro coinvolgimento contrasta qualsiasi logica, perché tre capri espiatori non possono e non devono costituire un risarcimento per i familiari delle vittime, perché gli inquirenti ci devono ancora dire quale sono i moventi e quali i mandanti.
Giustizia e verità su Ustica!
Giustizia e verità su Bologna!
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venerdì 11 giugno 2010

Si può essere allo stesso tempo democratici e pure massoni? È il quesito posto qualche mese fa da un esponente del Pd, il signor Ezio Gabrielli, ex assessore al Porto del comune di Ancona, che alla fine della scorsa estate aveva ammesso di essere un massone e “orgoglioso di esserlo”, e a cui la Commissione Nazionale di Garanzia del Partito Democratico dovrà dare una risposta nella prossima riunione.

Il pur complicato statuto del PD sull’argomento è invece chiarissimo: chiunque faccia parte di un’associazione segreta non può far parte del Pd. “La massoneria è una risorsa dell’Italia e anche del Pd. E voglio che questo sia scritto nello statuto”, ha dichiaratato Gabrielli: “la massoneria non è illegale e io ho promesso sulla costituzione e sulle leggi che mi impongono comportamenti rispettosi dei principi di uguaglianza di fronte alla legge e di imparzialità delle pubbliche istituzioni; sulla base dell’attuale formulazione del codice etico non esiste argomento tecnico giuridico che imponga la dichiarazione di incompatibilità e lo scrivente sul punto”, questa la sua difesa.

Ma quanti dirigenti, soprattutto nel centro Italia, perderebbero i Democratici se dovesse passare la mozione di Gabrielli?

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domenica 6 giugno 2010

Il signoraggio è attualmente una truffa finanziaria, perpetrata da parte di banche private ai danni dello Stato. Per comprendere il suo meccanismo, è necessario definire alcuni termini fondamentali.
Si definisce “signoraggio” il guadagno economico di chi crea la moneta.
Si definisce “valore intrinseco” il costo materiale della moneta.
Si definisce “valore nominale” il valore di scambio della moneta.
In passato, l’oro era il valore di riferimento e il materiale di produzione delle monete; l’autorità vigente (il Re, il Signore, lo Stato, a seconda dell’ordinamento politico) acquisiva lingotti d’oro e li trasformava in monete. Il valore nominale di una moneta corrispondeva al valore intrinseco aumentato di una piccola quota, per coprire i costi dell’emissione: per coniare una moneta del valore di 10g di oro (valore nominale), se ne usavano 9g (valore intrinseco) e vi era un guadagno pari ad 1g d’oro (signoraggio).
Con l’uso della banconota, a pari valore nominale, vi è un valore intrinseco estremamente più basso, che comporta un signoraggio smisurato.Nell’ultimo secolo, l’emissione delle monete è stata generalmente affidata alla banca centrale, di proprietà statale, di ogni nazione. Ciò non comporta alcuna truffa, poiché il guadagno è dello stato ai danni dello stato stesso, rientrando dunque nel ciclo economico interno di ogni paese.La privatizzazione delle banche centrali ha stravolto quest’equilibrio, creando una situazione paradossale: le banche private, arrogandosi un insensato diritto di proprietà della moneta, coniano banconote ad un valore intrinseco bassissimo, rivendendo le stesse allo stato, al prezzo del valore nominale. Per ogni banconota da 500€ ad esempio, vi è un guadagno di 499,80€ (differenza tra il valore nominale e il valore intrinseco di circa 20 centesimi); il numero di banconote in circolazione ci descrive le proporzioni colossali della truffa.
Le varie autorità democratiche, che amano riempirsi la bocca di parole che non gli appartengono, come “sovranità popolare”, dimostrano con il loro silenzio, la loro complicità all’avvento della “sovranità bancaria”, caratteristica della nostra epoca.
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martedì 1 giugno 2010

Che la Serbia rientri a pieno titolo nella cultura e nella civiltà europea e che ne costituisca una delle radici più profonde lo dimostra un solo dato: sono ben sedici gli imperatori romani nati in questa terra, al tempo divisa nelle diverse province Pannonia Inferiore, Mesia superiore, Dacia Ripense e Dacia Mediterranea. Da Aureliano, artefice nel 270 d.C. delle mura di Roma (le prime mura ddell'Urbe dopo quelle di età regia di Servio Tullio), a Probo (276-282), che per primo piantò la vite sui colli intorno a Belgrado, a Costantino il Grande, il primo imperatore cristiano e fondatore di Costantinopoli. A Belgrado si incontrano dunque tutte le culture fondanti dell'Europa: la romanità, la classicità greca (era il greco, d'altronde, la lingua comunemente parlata dai suoi abitanti) e il cristianesimo.
Pare che Federico I Barbarossa, attraversando la Serbia per compiere la I crociata, e sostando a Niš, fu ospite della corte di Belgrado dove stupefatto scoprì l'esistenza delle posate, quando lui ancora mangiava con le mani. Nel Medioevo e in età moderna la Serbia ha più volte costituito l'ultimo baluardo all'avanzata ottomana, sacrificando la propria migliore gioventù nel 1389, nel 1716 e poi ancora nel 1717.
Queste poche notizie non possono certo riassumere millenni di storia ma possono certamente inquadrare la Serbia al centro della cultura europea. Mentre la Ue continua a lasciarla alla porta, nello stesso momento in cui cerca nuovi partner ad Ankara.
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giovedì 27 maggio 2010

Domenica prossima, i cittadini del Kosovo settentrionale, a maggioranza serba, saranno chiamati alle urne per le elezioni municipali.
Ma i signori dell'Occidente, le anime pure della democrazia da esportare anche con le armi, non riconosceranno i risultati di queste votazioni. I paladini della libertà non riconoscerenna l'esito della sovranità popolare. Un voto irregolare e illegale secondo il governo di Pristina, che non intende collaborare con "istituzioni parallele": un ottimo esempio di dialogo tra i popoli. "La polizia kosovara non garantirà la sicurezza nei seggi" ha dichiarato il ministro dell'Interno del Kosovo. "Consideriamo le elezioni organizzate dalle autorità kosovare le uniche legittime", ha fatto eco Julia Reuter, portavoce del Rappresentante Speciale della UE.
Ma non è tutto: l'Eulex, la missione militare europea nella regione serba occupata, ha dichiarato che d'ora in avanti sarà vietata qualsiasi visita di delegazioni e politici serbi senza autorizzazione. E la neutralità delle truppe mandate sotto l'egida dell'ONU dove è finita?
"Uccidono un popolo. Dove? In Europa. Ci sono testimoni? Il mondo intero". Lo diceva Victor Hugo due secoli fa, lo possiamo ripetere oggi.
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sabato 22 maggio 2010

“Alme Sol, curru nitido diem qui promis et celas aliusque et idem nasceris, possis nihil urbe Roma visere maius!” (Sole divino, che sul cocchio luminoso dischiudi e nascondi il giorno sempre nuovo e uguale sorgi, e nulla maggior di Roma possa tu vedere!).

Il mondo non vide nulla più grande di Roma. Come fu possibile?

Bisogna andare alle origini di questo popolo per conoscere la sua forza, per comprendere la sua potenzialità politica. Già dagli albori l’uomo romano impostò la sua esistenza personale e sociale, assoggettandola ad alcuni principi.

In primo luogo, l’uomo ha bisogno, per vivere serenamente, di rapportarsi con altri, a lui simili (“l'uomo è un animale sociale. Le persone non sono fatte per vivere da sole”, Seneca); perché questo sia possibile c’è bisogno che limiti la sua azione e si faccia dunque carico dei doveri verso gli altri: i doveri, prima dei diritti, sono dunque il fulcro della vita sociale.

In secondo luogo, l’uomo romano era fonte del potere e quest’ultimo non era altro che il mezzo per regolare la vita di uomini di pari dignità: chi amministrava il potere era lo strumento, spersonalizzato, degli dei e degli uomini, il cui scopo era di garantire il bene comune. Non sudditi-schiavi di un semidio come nelle civiltà mediorientali, ma cittadini liberi che autodeterminavano il potere e vi si assoggettavano.

In terzo luogo, l’uomo romano deve percorrere la via delle virtutes: queste erano le qualità che doveva coltivare nella costante elevazione dallo stato di animale a quello degli honores. Onestà, verità, serietà, tenacia, semplicità, coraggio, fedeltà alla divinità e al proprio popolo (“erga deos et homines pietas”, Virgilio): era questa l’educazione della tradizione dei padri (mos maiorum).

In poche parole, Roma fu un sistema di uomini liberi, cresciuti dalle virtù, il cui compito nella storia fu quello di portare ai popoli la civiltà e pacificarli con la legge.
L’Europa che per secoli ha tentato di ricostruirsi romana, deve, oggi più che mai, ritrovare Roma, ridare ordine ad un mondo ormai decaduto, pacificare con la sua civiltà.

Siate europei, siate romani. Il nostro giorno verrà!

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lunedì 17 maggio 2010

Nello scorso intervento abbiamo esaminato il potere assoluto e senza regole delle agenzie di rating: un potere che ha mostrato bene il suo volto in questi giorni di crisi ateniese, quando le Borse europee salivano e scendevano sulla scia delle dichiarazioni effettuate riguardo i conti pubblici di Grecia, Spagna, Portogallo e Italia.
Come fronteggiare questo strapotere?
Con un'agenzia di rating europea, indipendente, che dia valutazioni oggettive sullo stato dei conti di banche, imprese e nazioni, il cui operato non sia influenzato dal mercato e dai grandi gruppi finanziari.
Un'agenzia che ristabilisca il primato del bene comune su quello privato, del popolo sugli oligarchi.
Un'agenzia che ristabilisca il primato della politica sull'economia e sulla finanza.
Un'agenzia che ribadisca l'indipendenza dell'Europa da qualsiasi intereferenza proveniente da oltreoceano.

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mercoledì 12 maggio 2010

Nome: Standard & Poor's, Moody's e Fitch.
Nate: Stati Uniti, un secolo fa.
Professione: agenzie di rating.
Cioè, per definizione, giudicano e danno voti a imprese, banche, stati, comuni:in breve, a chiunque voglia emettere pezzi di carta con i quali cedere una quota della sua proprietà (le azioni), oppure contrarre debiti impegnandosi a pagare gli interessi e restituire entro una certa data i prestiti (le obbligazioni). Chi acquista questi titoli (azioni e obbligazioni) vuole sapere quanto vale il debitore, vuole conoscere la sua solidità patrimoniale, la sua serietà negli affari, la sua capacità di restituire il denaro, in poche parole la sua affidabilità: le agenzie di rating studiano tutti questi parametri e li rendono comprensibili, riassumendoli in voti e pagelle (AAA è il massimo cui aspirare, NR, ossia Not Rated, il minimo dei minimi).
Una cosa è certa: con le loro valutazioni orientano e determinano le scelte dei mercati finanziari, con un conseguente forte e, per certi versi, incondizionato potere di controllo sulle economie e le finanze degli stati.
Come se ciò non bastasse, il loro operato è, in più punti, tutt'altro trasparente.
Può, infatti, essere obiettivo e imparziale un giudizio, se l'esaminando stipendia l'esaminatore? Eppure nel caso delle agenzie di rating, accade proprio questo: chi paga i loro report non è l'investitore (che vuole conoscere i dati), ma proprio il soggetto che emette il titolo e che è sottoposto all'analisi dei propri conti. E così si spiega perché agenzie di rating tacevano quando le banche si riempivano di titoli spazzatura, oltretutto non messi a bilancio, oppure quando assegnavano un voto AAA a Credit Suisse, la quale investiva su derivati che la portavano ad avere perdite di 125 milioni di dollari.
Un ultimo particolare: a chi appartengono queste agenzie? Risposta a questo punto quasi scontata: agli stessi operatori finanziari controllati. Due esempi: Standard & Poor's è un colosso controllato dal gruppo editoriale McGraw Hill, di cui è azionista di maggioranza Warren Buffet, società leader nel settore dei fondi di investimento; Fitch, invece, è della francese Fimalac che sul proprio sito internet si definisce un "gruppo internazionale di servizi finanziari".
Le tre maggiori agenzie di rating hanno ormai un potere immenso, superiore, nella pratica, a quello delle banche centrali o del Fondo Monetario Internazionale: è per questo che abbiamo voluto raccontare chi sono e, in un prossimo articolo, fra 5 giorni, vedremo se non sarà il caso di riformarle davvero.
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venerdì 7 maggio 2010

Mentre le Borse europee calano in seguito al declassamento della Grecia da parte delle agenzie di rating (vale a dire società, come la Standard &Poor’s che letteralmente danno i voti a titoli obbligazionari e imprese in base al rischio di investimento), Wall Street, pur tra alti e bassi, è, da due mesi a questa parte, in attivo. E la Federal Reserve, la banca centrale statunitense, conferma la propria politica monetaria estremamente espansiva, ritenendo evidentemente ininfluenti le future ricadute negative di un’eventuale bancarotta di Atene.
Una crisi del debito di portata europea non può che rallegrare gli operatori finanziari americani: essa infatti spingerà inevitabilmente i capitali europei a lasciare il Vecchio Continente e a ripararsi nei più sicuri mercati di oltre oceano.
Ma non è tutto. In un momento in cui si mette in discussione perfino il progetto originario della moneta unica europea, il dollaro non può che rafforzarsi: certo, questo significherà meno esportazione in Europa, ma coloro che detengono ricchezze in euro, convertiranno ben presto il proprio capitale in dollari, frustando le aspirazioni dell’euro a divenire la moneta di riferimento nelle transazioni internazionali.
E l’altra potenza mondiale, la Cina, guadagna o perde dalla crisi di Atene? La risposta è presto detta: lo spettro di futuri default metterà a tacere le pressanti richieste sulle autorità di Pechino di rivalutare lo Yuan. E intanto le banche cinesi cedono le proprie quote del debito di Grecia, Irlanda, Italia e Portogallo.
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domenica 2 maggio 2010

Teramo, 27 aprile: Gianluca Protino si è tolto la vita intorno alle 7,30 nel carcere cittadino, impiccandosi con i lacci delle scarpe, che usualmente vengono tolti a chi sta in galera (ma nessuno li aveva tolti a lui, che pure era nel reparto di Alta Sicurezza). Era in attesa di giudizio. È il 19esimo suicida nelle carceri dall’inizio del 2010.

Perché tutti questi suicidi? Quale è la situazione delle carceri italiane? Di certo non si può esaurire l’argomento in queste poche righe, ma qualche numero è possibile e doveroso fornirlo.

Nella penisola ci sono 206 strutture carcerarie, con 43000 posti letto regolamentari per 67452 detenuti (di cui una metà circa in attesa di giustizia, quindi, a rigor di logica e a rigor di legge, INNOCENTI): altri 400 ordini di carcerazione e si raggiungerà anche quota 6800 uomini, ossia quella delle persone che si stimano possano essere stipate nelle celle, sacrificando le condizioni di vita dei detenuti. Giorni o al massimo mesi e non sarà più possibile arrestare. Non sarà più possibile condannare. Non sarà più possibile eseguire ordini di custodia cautelare. I delinquenti, anche qualora fossero acciuffati, andrebbero liberati e soprattutto non sarebbero reclusi nelle patrie galere. Il fallimento dello stato democratico, un incubo per le anime belle di questo paese.

La situazione è oggettivamente gravissima. Grave è il rischio della saturazione del sistema carcerario e l’impossibilità di punire i colpevoli di orrendi reati. Altrettanto grave (o forse ancor più grave) è il fatto che esseri umani vengano stipati nelle strutture carcerarie, oltretutto strutture vecchie e fatiscenti.

E non basta più emanare un “piano carcere”, non bastano più i provvedimenti emergenziali. Bisogna scarcerare. Scarcerare, non vi è altra possibilità. Scarcerare, con razionalità, ma scarcerare.

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martedì 27 aprile 2010

Nei giorni scorsi da tutti i media, italiani e internazionali, si sono alzati solo applausi e complimenti per Sergio Marchionne e il suo piano di ristrutturazione della FIAT: 700 milioni di investimento e trasferimento della produzione della nuova Panda nello stabilimento di Pomigliano.
Fin qui notizie positive, se non per un piccolo, grande dettaglio: la manovra è subordinata alla concessione, da parte dei sindacati e degli operai, di diciotto turni settimanali e di maggiore flessibilità. Peccato che nella fabbrica campana si lavori già anche la domenica mattina...
Apparentemente, i numeri stanno dalla parte di Marchionne: nel 2009, i 21900 dipendenti italiani hanno prodotto 600mila vetture, nello stesso tempo in cui i 6500 operai polacchi dello stabilimento di Tichy producevano 605mila veicoli (Panda, 500 e, per conto della Ford, Ka). Ma cosa nascondono in realtà queste cifre?
In Polonia si lavora su tre turni per 6 giorni alla settimana, solo una parte dei lavoratori è assunto con contratto a tempo indeterminato, lo stipendio medio si aggira sui 400/500 € mensili. In Brasile le cose vanno ancora peggio: a Betim, i 12300 operai (il numero è frutto di una media, dato che varia in continuazione per le entrate e le uscite di lavoratori secondo l'andamento della domanda) hanno prodotto, sempre nel 2009, ben 736mila veicoli, lavorando 44 ore alla ssettimana, per 850 € mensili (neanche 5 € all'ora). A Krgujevac, in Serbia, nel 2011, secondo i programmi, 2500 operai produranno 200mila macchine, per 400 € a mese.
Sono questi i frutti della delocalizzazione delle industrie.
Sono questi gli standard salariali che si vogliono importare in Italia?
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giovedì 22 aprile 2010

Kirghizistan, una rivolta di piazza abbatte il governo di Bakiev, mettendo fine all’amministrazione che prese il potere grazie alla rivoluzione dei tulipani nel 2005, consegnando il potere all’opposizione.
Fin qui una buona notizia, se non fosse che Roza Otunbaieva, leader dell’opposizione e ora capo del governo provvisorio, ha frettolosamente dichiarato che la base U.S.A. di Manas, nevralgica per le operazioni in Afghanistan, resterà aperta e operativa. Si tratta, dunque, di un cambiamento di assetto di potere, del quale gli Usa non dovranno avere paura. Perché mai?
Il Kirghizistan è uno degli stati protagonisti delle tanto acclamate dai media internazionali “rivoluzioni colorate” le quali, grazie al supporto economico e logistico occidentale, attuarono un cambiamento di rotta in tutti quei paesi appartenenti all’orbita russa e stranamente crocevia delle risorse energetiche dell’Asia centrale, ora convinti sostenitori del fronte occidentale e della libertà, tanto da aver già svenduto e privatizzato ogni tipo di risorsa statale alla finanza internazionale. Georgia, Ucraina, Bielorussia, Azerbaigian, Mongolia, Kirghizistan, furono quindi il tentativo americano (in alcuni casi non riuscito) di fare terra bruciata intorno alla Russia, ormai pericolosamente liberata dal cappio del debito internazionale, comprando, con il contributo del filantropo George Soros e dei media internazionali, il consenso delle popolazioni intorno a questi nuovi leader, ancora più corrotti dei precedenti dittatorelli, nonché della comunità internazionale, schierata compatta a favore di queste nazioni in lotta per la “democrazia”.
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sabato 17 aprile 2010

Si sente parlare spesso di radici europee, di origini comuni, di cultura europea, ma in cosa consiste tutto questo? Cosa c’è realmente di simile, di comune tra i diversi popoli europei? È solo di uno spazio geografico che si parla?
Nel dna di questi popoli è inscritto un modello che trascende i confini, supera le frontiere. Tra il IV e il II millennio a.C. il continente europeo fu invaso a ondate da un popolo guerriero, gli indoeuropei, che si stanziò sovrapponendosi alle popolazioni autoctone. Sebbene si diversificarono in famiglie diverse (Celti, greci, ittiti, etc.), essi conservarono lo stesso modello di società, il quale fu l’origine della stabilità e della grandezza della civiltà europea.
Organizzarono la società in tre funzioni differenti e autonome (società tripartita): una parte economica e produttiva, una parte spirituale e intellettuale, una parte guerriera e politica. Le comunità erano l’insieme delle famiglie allargate, rette da un’organizzazione di tipo patriarcale, governate, perché popoli guerrieri, da un’aristocrazia di combattenti (dal áristos "Migliori" e krátos, "Potere"). Un sistema gerarchico, ordinato, meritocratico, dove la politica e il potere rispondevano alla morale (diritto naturale), dove gli interessi economici e la politica non si mischiavano, come restavano divisi politica e religione. E' questo che ci rende simili e partecipi della stessa civiltà, prima di lingua e razza.
Ed è da questo modello che dovremo ripartire, ricordando la nostra identità, riprendendo le redini del nostro destino, liberandoci dal giogo mondialista!
Perché il mondo ha bisogno di pace, il mondo ha bisogno d’Europa!
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